Made in Italy a rischio

Proposta Ue per abbassare il grado alcolico: sì all’acqua nel vino

La denuncia di Coldiretti: un attacco ai produttori Doc e pericolo di truffe

di Giorgio dell'Orefice

Non solo bio: tutte le facce dell'agricoltura sostenibile

3' di lettura

Bruxelles vuole annacquare il vino. Nuovo pesante attacco a uno dei prodotti simbolo del made in Italy agroalimentare che già qualche mese fa aveva subito una pesante offensiva con la pubblicazione della strategia Ue di lotta al cancro che prevedeva la possibilità di introdurre sulle etichette del vino degli alert sul tipo di quelli previsti da anni sui pacchetti di sigarette (“nuoce gravemente alla salute”).

Ora si apre un nuovo pericoloso fronte per il vino, l'offensiva dell'acqua. A lanciare l'allarme è stata la Coldiretti che ha sottolineato come in un documento circolato al Consiglio dei ministri agricoli Ue è emersa la possibilità non solo di produrre vino dealcolato (ovvero con un minore contenuto di alcol) ma soprattutto si è affacciata anche l'ipotesi di aggiungere acqua al vino al fine di abbassarne la gradazione alcolica.

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Il working paper Ue che prevede la “dealcolizzazione” del vino

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Il vero problema però è legato al come tradurre questo obiettivo in realtà. Infatti finora da un lato l'aggiunta di acqua al vino (a livello produttivo non certo a tavola) era vietata, dall'altro, in Europa c'è la rete di sicurezza delle denominazioni d'origine dei vini. I disciplinari dei vini a denominazione d'origine, infatti, in Italia come negli altri paesi Ue, prevedono un “titolo alcolometrico minimo” al di sotto del quale quel determinato vino non può fregiarsi della denominazione d'origine.

«Il documento circolato tra i ministri agricoli Ue – spiega il responsabile vitivinicolo della Coldiretti, Domenico Bosco – è pericoloso perché compie un vero e proprio “salto di qualità”. Finora infatti le bevande dealcolate erano considerate come una categoria a parte che in nessun caso potevano essere confuse col vino. Nel documento Ue invece si parla dell'ipotesi di ridurre l'alcol come di quella di aggiungere acqua come di una “pratica enologica”. Ovvero una tecnologia che una volta approvata diventa utilizzabile su tutto il territorio Ue bypassando i limiti previsti dai disciplinari di produzione che invece hanno sempre svolto la funzione di frenare derive qualitative».

«Se passasse questa impostazione – aggiunge Bosco – un soggetto potrebbe comprare ad esempio una partita di Chianti Docg certificato come di un altro vino a denominazione e poi annacquarlo nel proprio stabilimento per trasformarlo in ‘Chianti dealcolato'. Appare chiaro come un'ipotesi del genere aprirebbe vere e proprie praterie per frodi e contraffazioni».

«L'introduzione della dealcolazione parziale e totale tra le nuove pratiche enologiche – ha aggiunto il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini – rappresenta un grosso rischio ed un precedente pericolosissimo che metterebbe fortemente a rischio l'identità del vino italiano e europeo, anche perché la definizione 'naturale' e legale del vino vigente in Europa prevede il divieto di aggiungere acqua».

In sostanza verrebbe permesso – dicono ancora alla Coldiretti – di chiamare vino, un prodotto in cui sono state del tutto compromesse le caratteristiche di naturalità per effetto di trattamento invasivo che interviene nel secolare processo di trasformazione dell’uva in mosto e quindi in vino. Fra l’altro un inganno legalizzato per i consumatori che si ritroverebbero a pagare l'acqua come il vino.

La proposta di aggiungere acqua nel vino è solo l'ultimo degli inganni autorizzati dall'Unione Europea che già consente l'aggiunta dello zucchero nei paesi del Nord Europa per aumentare la gradazione del vino (mentre lo zuccheraggio è sempre stato vietato nei paesi del Mediterraneo e in Italia che si sono sempre battuti per affermare il vino come un prodotto ottenuto esclusivamente dall'uva e dai prodotti del vigneto). Una pesante accelerazione sulla deriva a snaturare il vino che già si era evidenziata con il via libera di appena qualche anno dato da Bruxelles alla produzione di vino “senza uva” ovvero prodotto dalla fermentazione di altre tipologie di frutti dal ribes ai lamponi e che comunque è oggi autorizzato a chiamarsi “vino”.


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