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Scuola, il virus dà una prima spinta alla transizione digitale dei prof

Le iscrizioni alla piattaforma nazionale Sofia restano ai livelli pre-pandemia ma cambiano le scelte formative: più attenzione alle nuove tecnologie, meno alla didattica frontale

di Eugenio Bruno e Claudio Tucci

Finisce il secondo anno di Dad, a settembre tutti in presenza a scuola

3' di lettura

Per la Buona Scuola del 2015 la formazione degli insegnanti è «obbligatoria, permanente e strutturale». Per il contratto integrativo del 2019 invece è un semplice «diritto». Basta questa dicotomia a spiegare la relazione complicata che molti professori hanno con l’aggiornamento in servizio. Covid o non Covid. L’effetto per gli studenti lo abbiamo visto in un anno e più di didattica a distanza. Quello per i docenti lo possiamo dedurre dai dati della piattaforma nazionale Sofia che da maggio 2017 prova a far incontrare (online) domanda e offerta di attività formative. Senza grande successo visto che gli iscritti ad almeno un corso sono rimasti ai livelli pre-pandemia. Mentre sembrano cambiate le preferenze: se fino al 2019 prevalevano la didattica frontale e i laboratori adesso primeggiano il digitale e i nuovi metodi d’insegnamento. Visto il gap certificato anche dall’Ocse, secondo cui 3 docenti su 4 sono “in affanno” nelle competenze base Ict, non è un caso che il governo, con il Piano di ripresa e resilienza (Pnrr), voglia riformare l’intero sistema di training dei prof.

LE SCELTE DEI DOCENTI
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La fotografia pre-Covid

Tutto parte dalla legge 107/2015. Nel definire la formazione in servizio degli insegnanti «obbligatoria, permanente e strutturale» la Buona Scuola stanzia un fondo di 40 milioni per finanziarla, introduce una card da 500 euro per ogni insegnante e affida alle scuole il compito di stabilire le priorità, in maniera coerente con i loro piani dell’offerta formativa e nel rispetto delle linee guida del ministero dell’Istruzione contenute nel Piano nazionale per la formazione 2016-19, che ha anche introdotto la piattaforma nazionale Sofia. I risultati di questo processo sono riassunti nel volume “Paese formazione” (curato da Maria Chiara Pettenati e pubblicato da Carocci) che, nello scattare una fotografia pre-pandemia esaustiva, solleva anche un dubbio condivisibile: «La mancata soluzione delle questioni contrattuali (in termini di obbligatorietà o meno della formazione, di agibilità di svolgimento, di riconoscimento delle “ricadute” e degli incentivi necessari) è percepita dai diversi soggetti come un vulnus che mette in crisi l’intero sistema della formazione e le sue aspirazioni qualitative. Se ne è avuta traccia nel prosieguo del Piano - aggiunge - ove si sono registrate una flessione nella partecipazione e una forte frammentazione dei percorsi».

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GLI ISCRITTI E I CORSI
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Le scelte durante la pandemia

Poi è arrivato il Covid. E, se gli iscritti ad almeno un corso pubblicato su Sofia sono tornati ai livelli pre-crisi (148.100 come nel 2017/18) - come dimostrano i dati in pagina -, le scelte formative restano frammentate. Sia sugli ambiti trasversali che su quelli specifici. Nel primo gruppo, la materia più gettonata rimane «Didattica e metodologie», che passa però dal 17,6 al 14,1%, davanti a «Innovazione didattica e didattica digitale», che cresce dal 9,7% al 13,5; nella seconda area scende (dall’11,1 al 7%) «Didattica singole discipline previste dagli ordinamenti» e contestualmente sale (dal 5,1 al 10%) «Sviluppo della cultura digitale ed educazione ai media». Un’attenzione alle nuove tecnologie confermata anche dagli ultimi dati sull’utilizzo della card docente. Dei 229,6 milioni di buoni validati per il 2021 il 74% (170 milioni) riguarda hardware e software, il 22% l’acquisto di libri e riviste e solo il 3,6% i corsi di formazione e aggiornamento. Nel 2019/20 le percentuali di questi tre voci erano state, rispettivamente, 66,5%, 23,5% e 6,4 per cento. A conferma della tendenza, fin dalla sua introduzione, a usare massicciamente il bonus da 500 euro per comprare Pc e tablet.

La riforma annunciata dal Pnrr

Il fenomeno appena descritto non sembra aver prodotto la transizione digitale sperata nel nostro corpo docente se è vero che il Pnrr, da un lato, destina 800 milioni alla Didattica digitale integrata e formazione sulla transizione digitale del personale scolastico con l’obiettivo di coinvolgere 650mila unità di personale e 8mila scuole. E dall’altro, stanzia 3 milioni per istituire una Scuola di alta formazione e formazione obbligatoria per prof, presidi e Ata che andrà a regime nel 2026. Ma la prima pietra va posta nel 2022 e, vista la sensibilità sindacale sul tema, la trattativa non si annuncia semplice.

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