sport e pandemia

Il virus dilaga ma il calcio non capisce che ci sono cose più importanti di una partita

In arrivo un nuovo piano B: rinviare Euro 2020 (che parte da Roma il 12 giugno) e far finire campionato e coppe europee entro il 30 giugno o anche a luglio

di Dario Ceccarelli

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In arrivo un nuovo piano B: rinviare Euro 2020 (che parte da Roma il 12 giugno) e far finire campionato e coppe europee entro il 30 giugno o anche a luglio


3' di lettura

Ma quante volte il mondo del calcio deve sbattere la faccia contro il coronavirus? Quante volte deve ripetere gli stessi errori? Le stesse sottovalutazioni, la stessa ottusa superficialità? Sbagliare è umano, ma perseverare non solo è diabolico, ma succede solo nel calcio. Ricordate quanto fossero assurde (ma sono state fatte) le discussioni sulle partite a porte chiuse o a porte aperte? Le polemiche sulla necessità dei tifosi sugli spalti, sugli abbracci (che non puoi non fare), dei calendari che non possono chiudersi con delle caselle vuote?

Per non parlare dei paventati complotti e delle risse da pollaio tra i vari presidenti che, anche in un frangente così drammatico, si rinfacciavano nuovi torti e antichi rancori. Anche diversi calciatori, prima che il virus entrasse anche negli spogliatoi colpendoli in prima persona, non avevano capito bene. Chi banalizzava, chi faceva anche lo spiritoso come Diego Costa dell'Atletico Madrid che, dopo la vittoria sul Liverpool, si è messo a sputacchiare sui microfoni per far vedere che a lui il Coronavirus non faceva un baffo.

Un brutto film che sembrava spazzato via. Spazzato dalla cruda forza delle cose che ti impone una riflessione banale: che nella vita, quando la vita è in discussione, ci sono cose più importanti di una partita di calcio. Ma ci eravamo illusi perchè il mondo del calcio, dopo il primo schianto, si è messo subito con rinnovata energia a studiare un nuovo piano B. Che sarebbe quello di rinviare Euro 2020 (che parte da Roma il 12 giugno) e far finire campionato e coppe europee entro il 30 giugno o anche a luglio. Queste proposte, in un paese che non riesce neppure a piangere le sue vittime, verranno presentate martedì 17 marzo al vertice voluto dall'Uefa per ridisegnare i vecchi calendari travolti dall'emergenza sanitaria.

Va bene: ci sono in ballo un mucchio di soldi. Premi, diritti televisivi, investimenti, contratti pubblicitari. Centinaia di milioni. Anche perché il calcio italiano è molto indebitato. Però, lo sentite dalle cronache, gli ospedali esplodono, c'è molta paura, le città sono desertificate, ogni attività chiusa. L'intera squadra dell'Atalanta è stata messa in quarantena. Bisogna stare a casa, ce lo dicono tutti i giorni. Ma mentre giustamente ce lo ripetono all'infinito, questi signori ci vengono a parlare di riprendere il campionato a fine aprile quando del nostro futuro ancora non si sa nulla. “Ha da passa' a nuttata…” diceva il grande Eduardo De Filippo. Ma qui la notte non è neppure cominciata. E nulla viene garantito.

Per ripartire in maggio, i giocatori dovrebbero allenarsi. E infatti alcuni club hanno già fissato la prima seduta. Ma come ci si può allenarsi in queste condizioni? Il contatto è alla base del calcio. Una follia.

Una idea assurda conto la quale si è dovuta esprimere l'Associazione calciatori. “ Ci rattrista registrare il comportamento scriteriato di alcuni club che si ostinano a convocare gli atleti in piccoli gruppi…”. Meno male che alla fine il presidente della Federcalcio, Gravina, ha chiuso la discussione: “La tutela della salute è un bene primario. Lasciamo che questi giocatori stiano a casa con le loro famiglie…”

Meglio tardi che mai. Carlo Ancelotti, che a Liverpool allena l'Everton, e che non è l'ultimo della fila, l'ha detto chiaramente: “Questa è una tragedia: è doveroso fermarsi. In queste ore il calcio conta zero e mi dà quasi fastidio parlarne, di fronte a quello che succede. Pensiamo prima a salvarci. Poi verrà il resto. Anche in Gran Bretagna mi pare he non si siano resi conto della gravità”.

Parole inequivocabili uscite più o meno in contemporanea a quelle di Lewis Hamilton, detentore di 6 titoli mondiali di formula 1. Prima che fosse bloccato il Gran Premio di Australia, il pilota della Mercedes si era espresso senza mezzi termini. “Il mondo si ferma, correre non ha senso. Siamo qui perchè comanda il Dio Denaro”.

Anche il ciclismo ha sospeso o rinviato diverse corse, tra le quali la Milano-Sanremo e il Giro d'Italia. Lo stesso il basket che si è fermato senza se e senza ma. Non è il momento, ha detto, la priorità e un'altra.

Il calcio no, anche nelle peggiori tragedie, non riesce a uscire dal a sua bolla di immunità, come se fosse un mondo a parte dove le regole comuni non vengono applicate. Lavarsene le mani, in nome del Dio denaro, era il suo motto. Ma questa volta, le mani, bisogna lavarsele per un altro motivo .

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