Interventi

Il volontariato e le sfide della tecnologia

di Piero Formica

3' di lettura

Capitale europea del volontariato nel 2020, Padova si è posta al centro del mondo dell’impegno civile, habitat dell’umanità. I volontari sono spesso il collante che tiene unita una comunità, rendendola un posto migliore dove vivere. Il volontariato porta in dono nuove amicizie, espande la rete dei contatti e, in definitiva, arricchisce il capitale sociale. È così che il volontario scopre nuove passioni, sviluppa nuove competenze, impara di più su se stesso, consegue risultati superiori nell’istruzione e nel lavoro, e diventa civicamente attivo.
Con il progredire e diffondersi delle piattaforme digitali, aumenta la qualità dell’esperienza di volontariato. Infatti, si alleggeriscono tanti problemi cui devono far fronte i volontari: dall’accesso alle informazioni alla formazione e al contatto con le persone per le quali si fa volontariato. Per offrire incarichi ai potenziali volontari, le organizzazioni caritatevoli si stanno affidando alla tecnologia che, tra l’altro, rende più facile il coinvolgimento dei giovani nel volontariato. Inoltre, la tecnologia dà efficacia all’altruismo, consentendo ai donatori di sostenere il volontariato non solo elargendo risorse alle associazioni di beneficenza più vicine ai loro cuori, ma anche facilitando l’accesso ai risultati prodotti dalle loro donazioni.
La tecnologia contribuisce a rinforzare il volontariato. A sua volta, quest’ultimo interviene sulla tecnologia per metterla in sintonia con le necessità dell’uomo e della natura, mitigando o annullando i suoi effetti perversi. Ma è dalla cultura che si sprigionano le idee, fonti energetiche per lo sviluppo dell'altruismo. Ciascuna comunità ha sue specifiche caratteristiche culturali. Le comunità ad alto potenziale di volontariato hanno il vaso della cultura pieno almeno quanto il vaso della tecnologia. È la persistenza di autori classici, al pari di David Hume e Adam Smith, che riempie il vaso culturale. Se la tecnologia pende vistosamente sul lato delle scienze matematiche, fisiche, naturali e ingegneristiche, quel vaso è mal riempito. Dando voce a Hume e Smith, si scopre che si deve ai filosofi economisti del Settecento l’aver mostrato l’ordine naturale della società così come Isaac Newton svelò l’ordine naturale dell’universo fisico. Sono quei filosofi ad aver insegnato che, «come la prosperità di due è preferibile a quella di uno, quella di molti, o di tutti, deve esserlo infinitamente di più».
Fraintesa come messaggio che “l’avidità è un bene” la famosa metafora di Smith della “mano invisibile” dei mercati, nella sua “Teoria dei sentimenti morali” il filosofo economista scozzese ammoniva che la «disposizione ad ammirare, e quasi ad adorare, i ricchi e i potenti, e a disprezzare, o, almeno, a trascurare le persone di condizione povera e meschina è la grande e più universale causa della corruzione dei nostri sentimenti morali» e che «la ricchezza e la grandezza sono spesso considerate con il rispetto e l’ammirazione dovuti solo alla saggezza e alla virtù». E Hume sottolineava che «Una troppa grande disuguaglianza tra i cittadini indebolisce lo stato», e aggiungeva: «Non ci si può ragionevolmente attendere che una pezza di stoffa di lana possa venir lavorata alla perfezione in un paese in cui l'etica sia trascutata». Le affermazioni dei due pensatori suonano da ammonimento per il volontariato che deve navigare lungo le acque dello stretto, tra disuguaglianze che sono mostri marini sempre più minacciosi e valori etici fortemente debilitati.
Spetta al volontariato imbastire un legame di simpatia, una sorta di “sentimento verso il compagno”, tra le prestazioni promesse dalla tecnologia e i pensieri dei filosofi economisti sui princìpi fondamentali che reggono l’ordine sociale. Soffermandosi sui pensieri superficiali si resta al di qua della verità. Con i pensieri astrusi di Hume e Smith il volontariato va al di là della verità, individuando azioni che portano a risultati collettivi a beneficio di tutti.
piero.formica@gmail.com

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