le elezioni

Il voto spagnolo parla anche a noi

Difficilmente il Paese iberico potrà conseguire la stabilità politica senza un cambiamento dei partiti politici e delle culture istituzionali dei loro leader. Solamente così potrà concludersi la sua transizione

di Sergio Fabbrini


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Il primo ministro Pedro Sanchez (Afp)

4' di lettura

Elezioni parlamentari in Spagna. È la quarta volta, in quattro anni, che gli spagnoli sono chiamati a votare per dare vita a una maggioranza parlamentare con un suo stabile governo. Quattro anni fa, la Spagna è uscita dalla crisi dell’euro con un mirabile tasso di crescita del Pil nazionale (3,65 per cento nel 2015), confermato negli anni successivi (3,17 nel 2016, 2,98 nel 2017).

Il Pil cresceva ma la Spagna faticava a trovare la stabilità politica. Con il controverso referendum sull’indipendenza della Catalogna del 2017, il Paese è entrato anzi in una vera e propria crisi costituzionale. Ciò ha avuto effetti sull’andamento economico. Il Pil è diminuito anche se le previsioni economiche (appena pubblicate dalla Commissione europea) prevedono una cresciuta (dell’1,9 per cento nel 2019, dell’1,5 per cento nel 2020 e quindi dell’1,4 per cento nel 2021) superiore a quelle di altri Paesi come il nostro (che è cresciuta dello 0,1 per cento nel 2019, crescerà dello 0,4 per cento nel 2020 e quindi dello 0,7 per cento nel 2021) e della stessa Eurozona (il cui Pil complessivo è cresciuto dell’1,1 per cento nel 2019 e si stabilizzerà all’1,2 per cento nei prossimi due anni). L’economia spagnola potrebbe crescere di più, se fosse accompagnata da una politica adeguata. Ma è difficile che ciò avvenga, per almeno due ragioni politiche.

La prima ragione riguarda i partiti. Messa in ginocchio dall’implosione della bolla immobiliare nel 2008, la Spagna ha dovuto affrontare una crisi economica prolungata con un drammatico impatto sull’occupazione (nel 2014, uno spagnolo su cinque era senza lavoro). Seppure la Spagna sia poi ritornata su un percorso di crescita, le conseguenze della crisi hanno continuato a farsi sentire. Il sistema bipartitico emerso con la nuova costituzione democratica (1978) non è stato più in grado di ritrovare un suo equilibrio. Se la Spagna democratica si era retta sull’alternanza al governo tra Popolari e Socialisti, ciò non si è più verificato dopo la crisi finanziaria. Nonostante gli incentivi di un sistema elettorale che favorisce in grandi partiti, sia i Popolari che i Socialisti non sono stati più in grado di promuovere maggioranze partigiane auto-sufficienti.

A sinistra si è affermato un nuovo partito (Unidas Podemos) che ha conteso l’elettorato progressista ai Socialisti, a destra i Popolari sono stati ridimensionati dall’ascesa di un partito centrista moderato (Ciudadanos) e poi di un partito estremista nazionalista (Vox). Tale frammentazione partitica è stata quindi polarizzata dal nazionalismo dei partiti regionalisti della Catalogna (poco significativi sul piano elettorale nazionale, eppure spesso necessari per dare vita ad una coalizione governativa). I due maggiori partiti non sono stati in grado di dare una risposta a tale frammentazione polarizzata, forse perché l’hanno considerata una situazione transitoria. Le politiche adottate per affrontare la crisi finanziaria hanno invece condotto alla disaggregazione dei tradizionali blocchi elettorali. Così, i due maggiori partiti hanno continuato a contrapporsi, mentre la società cambiava. La stabilità politica del Paese richiederebbe una coalizione governativa tra quei due partiti, tuttavia è probabile che tale coalizione potrebbe radicalizzare la nuova frattura politica (indebolendo entrambi i partiti). Il sistema partitico spagnolo (come quello italiano, appunto) è da tempo in transizione verso un equilibrio ancora sconosciuto.

La seconda ragione riguarda la cultura delle élite. Le difficoltà della Spagna sono dovute anche ai limiti culturali di queste ultime (sia di Madrid che di Barcellona). L’élite politica nazionale ha continuato a pensare che la politica interna potesse riprodursi secondo gli schemi tradizionali della divisione tra conservatori e progressisti, all’interno dell’altrettanto tradizionale schema dello stato delle autonomie. Di fronte all’ascesa degli indipendentismi regionalisti/nazionalisti (in particolare in Catalogna), le élite nazionali sono scivolate sempre di più lungo il versante nazionalista. Anzi, componenti significative di entrambi i partiti spagnoli (e dei Popolari in particolare) hanno finito per abbracciare un nazionalismo intriso di centralismo e monarchismo. Prima Mariano Rajoy (dei Popolari) e oggi Pedro Sanchez (dei Socialisti) sono rimasti così prigionieri di una visione conservativa delle istituzioni, non solamente delle relazioni tra i partiti. Hanno pensato di riproporre formule ordinarie, mentre stavano affrontando sfide straordinarie. Sfide straordinarie (come la messa in discussione dell’unità dello stato spagnolo), condotte però da attori incredibilmente ordinari.

L’indipendentismo catalano è infatti promosso da un’élite interna prigioniera di convinzioni ideologiche addirittura ottocentesche. La rivendicazione di una sovranità catalana in un’Europa di sovranità condivise è priva di giustificazioni empiriche, prima ancora che di senso politico. Cosa farebbe la Catalogna da sola, non potendo entrare nell’Unione europea (per via del veto che opporrebbe la Spagna e altri Paesi preoccupati dei movimenti secessionisti al loro interno)? Il costo dell’indipendenza catalana sarebbe la marginalità della Catalogna, non già il trionfo della sua sovranità. Come se non bastasse, con l’indipendentismo catalano è emersa una cultura statalista e illiberale, una cultura che non riconosce gli interessi legittimi di chi si sente spagnolo (ed europeo) oltre che catalano.

Al primitivismo dell’élite catalana si è opposto il nazionalismo dell’élite madrilena, mentre, invece, sarebbe stato necessario concordare un progetto di federalizzazione compiuta del Paese. Un progetto basato sulla creazione di un nuovo Senato dei governi delle Comunitad Autonomas, sede effettiva di negoziazione tra i vari regionalismi/nazionalismi del Paese. Anche su questo piano, l’esito della transizione costituzionale è più che mai incerto. Insomma, la Spagna difficilmente potrà conseguire la stabilità politica senza un cambiamento dei partiti politici e delle culture istituzionali dei loro leaders. Solamente così potrà concludersi la sua transizione. A sua volta, l'assenza di stabilità politica è destinata a condizionare negativamente la tenuta economica del Paese. Ecco perché la Spagna parla anche a noi.

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