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Il dopo voucher non decolla. Per le imprese i nuovi strumenti sono «complicati e costosi»

di Claudio Tucci

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4' di lettura

«Ho un’attività di ristorazione e alcuni caffè nel centro di Firenze. I picchi di lavoro sono nel fine settimana, legati alla stagionalità, e oggi sempre più difficili da prevedere visti i flussi last minute e il turismo orientato da eventi, ma anche da fattori atmosferici. Se prima potevo contare sui voucher, adesso, per alcuni impieghi, c’è il lavoro a chiamata. Per altri, nulla». Il nuovo strumento, il contratto di prestazione occasionale? «Troppo oneroso e complicato: provi lei a rivolgersi a un commercialista o a un consulente del lavoro in orari notturni o la domenica. Non risponde».

Aldo Cursaro lavora da anni nel settore della ristorazione e del turismo, ed è anche vice presidente vicario della Fipe (Federazione italiana pubblici esercizi).

Per lui, la scelta del governo di abrogare, la scorsa primavera, i buoni lavoro” (per evitare il referendum della Cgil) «è stata miope - spiega -. Basti pensare, pure, a discoteche, alberghi, stabilimenti balneari: il voucher consentiva di far lavorare dj, assistenti bagnanti, cuochi, chef in modo semplice e nel rispetto delle regole. Cosa sta accadendo ora? Che molte imprese, specie le piccole, se prima utilizzavano 10 persone retribuite con i buoni, adesso firmano 4/5 contratti a chiamata al massimo. Ci sono più costi e burocrazia, e c’è, quindi, meno offerta. E non escludo anche una risalita del sommerso».

Dal turismo e la ristorazione ai servizi e al commercio il passo è breve. Qui, a onor del vero, addetti vendita e commessi nei negozi, per le attività di stagione, da sempre, sono contrattualizzati a termine. Il voucher era legato a “occasioni”, per esempio la necessità di fare pacchi regalo, o il carico/scarico della merce, i mercatini ambulanti, o gli stand per le promozioni. Va anche detto che, nel terziario, la stragrande maggioranza dei “voucheristi” erano studenti, cassintegrati, persone con un altro lavoro. «Ecco, per loro, la cancellazione dei buoni ha causato un danno - evidenzia Jole Vernola, direttore centrale per le politiche del Lavoro e del Welfare di Confcommercio -. Questo perché gran parte delle prestazioni retribuite con i voucher si è persa per strada o perché i nuovi strumenti sono più costosi, o perché complicati, o perché ci sono dei paletti normativi e non si possono utilizzare». Una ripercussione (negativa) si è avuta, pure, nel settore delle fiere, degli eventi, e dei convegni: «Qui uno strumento alternativo può essere la somministrazione, ma non sempre - aggiunge Vernola -. In generale, c’è meno lavoro. Le imprese si stanno arrangiando: dove c’è la possibilità si aumenta lo straordinario. La cancellazione dei voucher è stata un grande errore».

Per non parlare del mondo delle famiglie: molte colf, baby sitter e badanti non è escluso che, adesso, lavorino senza contratto. Discorso un pò diverso in agricoltura (i voucher furono introdotti nel 2008 proprio per le vendemmie nel Nord-Est). Qui, storicamente, lo strumento è sempre stato usato marginalmente (meno del 2% del totale dei buoni venduti - per via dei vincoli normativi presenti piuttosto stringenti); ma non c’è dubbio che i nuovi strumenti introdotti dal Legislatore stanno creando, anche qui, causa ritardi e burocrazia, qualche difficoltà operativa.

I numeri che ci anticipa l’Inps, del resto, confermano questo “sentiment”: alla data del 24 novembre risultano registrati 10.902 utilizzatori del libretto famiglia, 32.193 utilizzatori del contratto di prestazione occasionale e 33.790 prestatori. Dati piuttosto bassi (nel 2016, giusto per farsi una idea, sono stati venduti ben 134 milioni di voucher di importo di 10 euro).

«Il non decollo del contratto di prestazione occasionale non si può considerare una sorpresa - commenta Riccardo Del Punta, ordinario di diritto del Lavoro all’università di Firenze -. Pesa anzitutto la limitazione agli imprenditori fino a 5 dipendenti, che di fatto confina l’istituto alle micro-imprese. Tuttavia, anche per esse, che sono di solito pochissimo strutturate e viaggiano al limite dei costi, la procedura di ricorso a questo contratto è oggettivamente più complicata di quella dei vecchi voucher. Ciò per lo stesso fatto di dover passare, diversamente dal passato (quando i voucher si potevano acquistare in tabaccheria), per la piattaforma informatica Inps, che certo garantisce maggiormente la regolarità dell’operazione, ma che costringe l’utilizzatore a caricare i pagamenti con anticipo rispetto al giorno di effettivo ricorso alle prestazioni, col rischio di sbagliare i calcoli e di lasciare delle somme inutilizzate. Anche i lavoratori sono meno contenti di dover passare dalla piattaforma, sia per la complicazione in sé che perché, di fatto, in questo modo incassano le somme più tardi rispetto ai vecchi voucher».

Il dopo-voucher, insomma, per le imprese è una fotografia complessa. Alcune grandi aziende hanno fatto “ampie scorte” di buoni prima della loro cancellazione, e stanno tamponando. Altre, ora, utilizzano il lavoro a chiamata. Anche qui i numeri dell’Inps sono piuttosto eloquenti. Da aprile 2017 i nuovi rapporti “intermittenti” sono schizzati sù del 280,6% nel confronto tendenziale. Nei primi 10 mesi dell’anno i rapporti “a chiamata” hanno raggiunto quota 319.275, in netta crescita rispetto ai 198.940 del 2016. C’è poi in risalita il part-time, la somministrazione, i contratti a termine. «La scelta di cancellare i voucher è stata ideologica, per evitare un referendum - chiosa Guglielmo Loy (Uil) -. Certo, l’utilizzo dei buoni stava andando fuori controllo, e bisognava intervenire. Si poteva però introdurre una rigida normativa anti-abusi, non operare con l’accetta». Una spinta (indiretta) al nero? Degli imprenditori qui intervistati nessuno lo ammette apertamente. Ma tutti concordano su un punto: «i voucher, e la tracciabilità, rappresentavano un valido strumento di emersione del sommerso. Ora non ci pronunciamo»

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