la fusione

Fca-Psa: il vuoto della politica e l’interesse degli azionisti

Chiedere che lo Stato stia lontano dalla proprietà e dalla gestione delle imprese private non significa chiedere che non se ne occupi per nulla.

di Paolo Bricco


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(ANSA)

3' di lettura

Il mito dello Stato, il vuoto della politica e gli interessi degli azionisti. L’operazione Fca-Peugeot sta rendendo nitidi tre fenomeni logicamente e materialmente connessi. Prima di tutto ha risvegliato i demoni di un Paese che, nonostante tutto, idolatra la mano pubblica e che desidererebbe, con un meccanismo automatico, il suo ingresso nei diritti di proprietà di qualunque settore.

Quindi ha evidenziato come in realtà queste pulsioni profondamente stataliste insistano su un terreno in cui tutto ciò che è un rapporto equilibrato e misurato fra l'economia e la politica appare gracile e astratto, del tutto teorico e privo di contenuti in grado di costruire interlocuzioni simmetriche fra policy-makers e imprenditori storicamente egemoni.

Infine ha mostrato come si possa fare una ottima operazione di mercato perseguendo legittimamente i propri interessi di azionisti di controllo quale ultimo passaggio di una catena di eventi segnata dalla subalternità della élite di governo. Andiamo con ordine.

In Peugeot lo Stato francese ha una partecipazione consistente. Questo ha subito portato “ragioni” a chi chiede l'ingresso dello Stato italiano in virtù di non si capisce bene quale trasformazione in “azioni” dei sussidi pubblici ottenuti dalla vecchia Fiat per più di un secolo: la cosa fa ridere, ma ormai siamo alla trasformazione dei discorsi da bar in pensiero politico. Secondo punto: il vuoto della politica. Chiedere che lo Stato stia lontano dalla proprietà e dalla gestione delle imprese private non significa chiedere che non se ne occupi per nulla. Anche perché un conto sono le disquisizioni teoriche. Un altro conto sono i tavoli attorno a cui si decidono le conformazioni delle comunità nazionali e internazionali, il reale intrecciarsi degli interessi pubblici con gli interessi privati, quel luogo insieme opaco e visibilissimo in cui il potere economico e il potere politico si trasfondono nella realtà delle cose.

In questo caso, di fronte alla presenza nell'azionariato dello Stato francese, il governo italiano non può scolasticamente osservare senza intromettersi. Anche perché l'influenza dello spirito della nazione, in Francia, prevale sempre sulle ragioni del mercato: figuriamoci quando lo Stato è azionista. Dunque, non è possibile che la sorte di quel che resta del primo produttore nazionale italiano venga trattata con i guanti bianchi dalla maggioranza attuale, mentre dall'altra parte – sempre – indossano i guantoni da boxe. Terzo punto: gli Agnelli-Elkann stanno facendo una operazione che tutela e valorizza bene i loro interessi. Per tre anni, come gli altri azionisti, non venderanno. Il che contraddice – almeno per adesso - la vulgata che li ha sempre voluti in fuga rapida e accelerata dall'auto.

Il problema, al di là delle loro scelte fra tre anni, è: quale auto? Negli ultimi dieci anni hanno costruito una architettura societaria e fiscale basata sull'uscita dall'Italia e non hanno mai realizzato piani di investimento strutturati, sistemici e di grande portata nell'industria, nella ricerca e nell'innovazione del loro Paese di origine (che sarebbe il nostro). Hanno trasformato una decadente compagnia italiana in un big player globale. Hanno fatto, con profitto e vantaggio, i loro interessi di azionisti. Ma azionisti apolidi. Lo hanno fatto perché tutta la politica italiana – a partire dal governo Monti e in particolare con il governo Renzi – glielo ha permesso. L'operazione con Peugeot è soltanto l'ultimo anello di una catena. Il mito dello Stato, il vuoto della politica e gli interessi degli azionisti (apolidi): tutto si tiene.

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