Microcosmi

Il welfare dal basso del volontariato che fa piattaforma

di Aldo Bonomi

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3' di lettura

Guardiamo a come le piattaforme manifatturiere vanno riposizionandosi nella geoeconomia delle catene del valore globali, all’asimmetria del rapporto tra territori e potenza delle piattaforme digitali, alle piattaforme agroalimentari come laboratori della transizione ecologica che mettono al centro il rapporto tra terra madre e territorio come costruzione sociale, al riconfigurarsi delle piattaforme territoriali nell’intreccio tra funzioni metropolitane, città medie, distretti e comuni polvere. Il tutto ricompreso nelle aspettative più o meno realistiche, legate al Pnrr. In questo affresco, il “sociale” inteso come ambito di esercizio dei diritti di cittadinanza, di riproduzione e del welfare dal basso, ma anche come contesto di elaborazione di senso per costruire significati collettivi e pratiche comunitarie, è ancora percepito come figlio di un dio minore.

Da Padova, Capitale Europea del Volontariato 2020, i protagonisti di quella resilienza, con Solidaria, una settimana di eventi e riflessione, hanno fatto memoria a una “società senza memoria”. Anzi, hanno rilanciato proponendo il tema del volontariato patrimonio dell’umanità. Grande utopia che rimanda all’eterotopia necessaria di come dar senso e corpo a quelle piattaforme sociali senza le quali diventano fragili tutte le altre: da quelle digitali a quelle territoriali. Il volontariato, il terzo settore, partendo dai bisogni della comunità di cura tanto evocata durante la pandemia, può diventare il motorino dolce di una comunità larga che ci aiuti a risolvere e contaminare la crisi di rappresentanza, rimettendo in mezzo il sociale tra economia e politica? Pur nel suo essere una nebulosa frammentata di esperienze, il volontariato è fatto di oasi di partecipazione che dai piccoli comuni ai distretti alle periferie metropolitane, dentro i temi epocali delle migrazioni e della crisi ambientale, producono visione e coesione sociale. Non a caso le imprese tutte si interrogano sul welfare aziendale nel rigenerare le città, e il sindacato insegue la frammentazione dei lavori con il “sindacato di strada” e tanti giovani fanno “volontariato politico” per la crisi ambientale. Un welfare da ridisegnare non solo per recuperare i ritardi derivanti da tagli di cui vediamo le conseguenze in ambito socio-sanitario, ma anche per capire non tanto quanto Stato ci vorrà per tenere botta alla crisi sociale, ma piuttosto quale Stato.

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Giuliano Amato intervenendo a Solidaria ha definito il volontariato tessuto rigenerante la democrazia. Territorializzando questo pensiero alto nel divenire delle piattaforme sociali, auspico architetture istituzionali coraggiose che risalgono dalla prossimità dei bisogni attraverso il coinvolgimento attivo di quella vasta gamma di attori pubblici e privati territorializzati posti al crocevia tra prossimità dei bisogni, diritti sociali e nuova economia riproduttiva legata alla salute, all’istruzione, all’abitare. Solitamente questo discorso viene ricondotto all’interno di più o meno efficaci schemi sussidiari che in questi anni hanno però non di rado, generato frammentazione istituzionale, deleghe senza responsabilità e spaccature tra pubblico e privato, anziché favorire la sperimentazione di comunità di cura larghe capaci di produrre valore aggiunto coesivo.

Ciò nonostante, sono maturate in questi anni molte esperienze territoriali a macchia di leopardo un po’ in tutti i territori del Paese, compreso il Mezzogiorno con l’esperienza delle Fondazioni di Comunità, forme di sussidiarietà mediane portate avanti da intrecci competenti e solidali aventi come protagonisti la cooperazione sociale, l’associazionismo volontario, numerosi enti fondazionali di varia natura ed enti locali connotati da umanesimo istituzionale. Tutti questi fili d’erba di una comunità larga in divenire, intreccio tra cura e operosità, mi richiamano alla memoria l’esperienza dei patti territoriali degli anni ’90 vissuta con Giuseppe De Rita. Allora, nel declino del fordismo, il nodo era territorializzare lo sviluppo locale perimetrando coscienza di luogo. Aveva lasciato tracce anche in chiave sociale in materia di territorializzazioni di pezzi di welfare alimentando il percorso che portò all’approvazione della Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali 328/2000 voluta fortemente dall’allora ministra Livia Turco, anche lei presente a Solidaria. Forse quella pratica di patti territoriali che allora partivano dagli interessi e dalle loro rappresentanze, che avevano nella comunità locale il motorino aggregante collocate oggi nel fare piattaforme del sociale e avendo come motorino dolce terzo settore della cura e “volontariato ambientale” interrogante le forze sociali delle imprese e dei lavori, potrebbero disegnare una nuova società di mezzo. Più semplicemente, se praticati facendo carovana di oasi in oasi, serviranno al riconoscere i temi sociali e al riconoscersi tra mondi del volontario e delle rappresentanze nella comunità di destino che il salto d’epoca fa intravedere. Mi pare anche un modo per praticare l’utopia del volontariato patrimonio dell’umanità.

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