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Il welfare (e le pensioni) sono la frontiera dei consulenti del lavoro

di Francesco Nariello


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3' di lettura

I cambiamenti nell’organizzazione aziendale e la progressiva ritirata dello stato sociale sono fattori che spingono la richiesta - da parte di imprese strutturate ma anche, progressivamente, di media dimensione - di figure in grado di offrire consulenza e assistenza per la costruzione di programmi welfare, pianificazione previdenziale, politiche attive del lavoro. Si tratta di specializzazioni emergenti tra le più interessanti, in questo momento, per neolaureati e giovani professionisti (lo sbocco è interessante, in particolare, sia per i consulenti del lavoro che per gli avvocati specializzati) in cerca di opportunità di carriera.

Dalle selezioni per entrare nei grandi studi legali, con dipartimenti dedicati ai servizi welfare, alle boutique specializzate in diritto del lavoro, fino al reclutamento da parte dei big della consulenza aziendale. Le opzioni per farsi strada nel settore sono molteplici, ma l’elemento distintivo per essere un profilo apprezzato sul mercato è uno: il possesso di competenze trasversali.

I profili richiesti
Il presupposto è un solido bagaglio di conoscenze in ambito giuslavoristico, fiscale, previdenziale e sul fronte delle relazioni industriali - acquisito con gli studi universitari ma anche attraverso percorsi successivi alla laurea ed esperienze sul campo - al quale, però, diviene sempre più importante affiancare capacità relazionali, nozioni di comunicazione e motivazionali riconducibili a un quadro più ampio di soft skills.

Non è facile trovare profili che racchiudano tutte le competenze richieste, «per questo le figure specializzate sono particolarmente ambite», afferma Donatella Cungi, partner dello studio specializzato nelle tematiche del lavoro Toffoletto De Luca Tamajo, alla guida del team dedicato al welfare aziendale: una decina di persone, di cui quattro professionisti interni e il resto consulenti esterni.

A interessare sono profili in grado «non solo di “leggere” i numeri di un’azienda, ma anche di sapere come finanziare un piano welfare, trattare questioni relative alle risorse umane, sedersi a un tavolo di contrattazione di secondo livello ed entrare in sintonia con l’ambiente aziendale». L’attività da svolgere è un lavoro «su misura», di tipo sartoriale.

L’identikit

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La carriera
Ad avere un elevato appeal sono soprattutto le prospettive di carriera, sia in termini di progressione che sul piano retributivo, anche come entry level.

Si può partire da un compenso base, post stage in uno studio, intorno ai 21mila euro, per poi salire. «Per un profilo junior, che abbia già in parte integrato il curriculum universitario con attività di specializzazione, master o esperienze lavorative - afferma Donato Ferri, People advisory services leader in EY - si può indicare un livello di retribuzione annua lorda fino a 30-35mila euro». Si arriva a 70-75mila euro per una figura di livello manageriale. Nel team di EY che si occupa di servizi in ambito welfare, pianificazione previdenziale, politiche attive «sono stati assunti nell’ultimo anno una decina di profili. E il trend sembra destinato a proseguire».

Le prospettive di carriera sono veloci e interessanti, sia per le chance di crescita all’interno di studi e società di consulenza, che per la possibilità di approdare in ruoli apicali nelle divisioni risorse umane di grandi aziende o di intraprendere percorsi professionali autonomi.

Il reclutamento
Il recruiting dei talenti inizia dalle università, spesso nelle giornate dedicate all’incontro con il mondo del lavoro. Lo conferma Emanuele Barberis, responsabile dipartimento diritto del lavoro di Chiomenti (13 professionisti): «Lo studio partecipa attivamente alle job fair degli atenei. Oltre due terzi dei reclutamenti riguardano profili junior, che poi continuano a formarsi internamente». Preventivati un paio di ingressi mirati l’anno.

L’approdo presso il dipartimento employment di Dla Piper, team di 23 professionisti che si occupa, tra l’altro, di elaborare piani welfare su misura, ma anche di pianificazione previdenziale, può avvenire attraverso uno stage o un contratto di praticantato. A contare sono i curricula, le specializzazioni acquisite, ma anche le esperienze all’estero, perché è necessario sapersi relazionare - anche per illustrare un piano welfare - in una dimensione internazionale.

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