intervista

Ilaria Borletti Buitoni: più collaborazione e agenda per la gestione

di A.Che.

(OLYCOM)

2' di lettura

«C’era la necessità di fare il punto sulle politiche del paesaggio e su quali siano gli interlocutori, considerato che il tema è trasversale e coinvolge vari livelli istituzionali e diversi ministeri. Uno dei punti che andrà rilevato nel corso degli Stati generali è proprio il sistema di collaborazione tra i vari attori».

Per Ilaria Borletti Buitoni, sottosegretario al ministero dei Beni culturali con la delega sul paesaggio, la due giorni che si apre oggi a Roma è la conclusione del lavoro svolto dall’Osservatorio nazionale per la qualità del paesaggio da lei presieduto.

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L’Osservatorio è stato a lungo latente?
Sì. È stato riattivato nel 2015 dal ministro Franceschini. Speriamo che l’attività svolta e la discussione che ne scaturirà in queste due giornate servano a fissare i punti di un’agenda per la gestione della trasformazioni del paesaggio nei prossimi anni. Siamo oltre la linea rossa dell’allarme e ora si tratta di individuare gli interventi fondamentali che dal punto di vista normativo, procedurale e di programmazione possano mettere in sicurezza il paesaggio. Tenendo sempre ben presente la trasversalità dell’argomento: questo è un po’ il punto focale degli Stati generali.

Il paesaggio non se la passa bene?
Non se l’è passata bene e anche ora non gode di buona salute.Abbiamo il tasso di consumo di suolo più alto d’Europa e uno dei più elevati tassi di abusivismo e colpiscono un territorio fragile e morfologicamente complicato. Gli ultimi dati delle ricerche Istat e Ispra contenute nel rapporto ci dicono che è necessario accettare l’idea che il paesaggio è un ambito trasversale che tocca l’ambiente, il territorio, ma anche il benessere diretto delle comunità. E tutto questo ha ricadute precise: si è notato, per esempio, un legame stretto tra paesaggi degradati e tasso di illegalità. Intervenire sul paesaggio inteso come contesto in cui vive una comunità significa, dunque, abbracciare molti ambiti. non solo quello della piacevolezza estetica di un territorio. Se si parte da questo principio, il paesaggio diventa un obiettivo strategico, perché è la sua gestione e non tanto la conservazione che va messa al centro di un’agenda.

Non è, dunque, servito che buona parte del nostro territorio sia protetto?
Sulla carta ci sono tante zone sottoposte a vincoli, ma c’è anche l’altra parte, quella che di vincoli non ne ha. Ciò che si vorrebbe fare con i piani paesaggistici è arrivare a una progettazione del territorio condivisa con le regioni e i comuni, i quali dovranno poi trasferire quei criteri nei piani urbanistici. E questo per evitare che anche nelle zone non sottoposte a vincoli possa proseguire il massacro del paesaggio.

La pianificazione paesaggistica è un buon strumento per evitarlo?
È la strada giusta, ma con l’accorgimento che non ci siano cambi di marcia se muta la direzione politica in Regione. Se il piano è fatto bene, bisogna garantirne il rispetto per un certo numero anni, senza interferenze normative.
*Sottosegretario al ministero dei Beni culturali

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