sintesi difficile

Ilva, Alitalia e Tav: tutte le partite industriali che dividono M5S-Pd

Per l’acciaieria di Taranto una soluzione andrà trovata entro il 6 settembre, quando in assenza di tutele legali ArcelorMittal potrebbe fermare l’attività. Entro il 15 il consorzio formato da Fs, Atlantia, Delta e Mef dovrà definire l’offerta vincolante e il piano industriale per la nuova compagnia aerea

di Andrea Carli


Conte: dubbi su maggioranza diversa, ma guardo al bene comune

5' di lettura

Alla ricerca di una non facile ma necessaria sintesi. Dopo aver ricevuto dal capo dello Stato l’incarico per formare il nuovo governo targato M5S-Pd e aver accettato con riserva, nelle prossime ore Giuseppe Conte sarà impegnato a definire con la prima linea delle due forze politiche squadra di governo e programma.

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Tra M5S e Dem distanze sostanziali su tre dossier industriali
Questa seconda partita, quella del programma, si annuncia complessa, anche in considerazione delle distanze che, limitandosi ai capitoli della sola politica industriale, si sono manifestate tra i pentastellati e i Dem in questi 14 mesi di esecutivo giallo verde. Distanze talvolta sostanziali. È il caso di Ilva e Alitalia, per ricordare i dossier che richiedono soluzioni più urgenti, ma anche della Tav (o, più in generale, del capitolo Grandi opere). Il premier incaricato dovrà ancora una volta ricorre alla mediazione per accorciare le distanze e trovare una sintesi.

Intesa in tempi stretti per scongiurare la chiusura dell’Ilva
Un dossier di politica industriale su cui M5S e Pd hanno punti di vista diversi e su cui dovranno trovare in tempi strettissimi una sintesi è quello che fa riferimento all’ex Ilva. Un fronte che si preannuncia caldo per i nuovi alleati. Il 6 settembre gli indiani di ArcelorMittal potrebbero mettere in atto quanto preannunciato: fermare l’attività in assenza di tutele legali. Il decreto crescita entrato in vigore il 1° maggio, infatti, prevede che l’immunità penale e amministrativa per la società e i dirigenti dei gestori dell’ex Ilva sia valida solo fino a quella data.

Il 6 agosto un decreto per le crisi aziendali che avrebbe previsto la tutela ha ottenuto il via libera del Consiglio dei ministri con la formula “salvo intese”. Due giorni dopo, l’apertura della crisi di governo da parte di Matteo Salvini. Il decreto non è stato ancora pubblicato sulla Gazzetta ufficiale (non lo consente, appunto, la formula “salvo intese”).

Per salvare l’acciaieria di Taranto (10mila dipendenti, senza contare l’indotto) serve pertanto un altro Cdm, che dia il via libera definitivo al provvedimento. Il tutto deve avvenire prima della scadenza del 6. Il problema è che sul futuro dell’Ilva pentastellati e Dem hanno visioni diametralmente opposte. A fine giugno il leader politico M5S Maio si è recato a Taranto con cinque ministri pentastellati (Lezzi, Grillo, Costa, Bonisoli e Trenta) per spiegare che non solo è possibile immaginare la città pugliese senza l’Ilva, ma è necessario farlo.

La decisione di prevedere nel decreto crescita la cancellazione dell’immunità penale per i vertici di ArcelorMittal per eventuali reati ambientali legati alla riconversione racconta molto la linea pentastellata. Di diverso avviso il Pd. L’immunità è stata introdotta con il governo Renzi e i Dem in Parlamento si sono adoperati per reintrodurla in forma piena, con emendamenti al decreto crescita che alla fine non sono passati. Le accuse di irresponsabilità nei confronti di Di Maio e dei Cinque Stelle non sono mancate. Ora le due parti politiche stanno per diventare azionisti di un nuovo esecutivo. E il tema pioverà immediatamente sul tavolo di Palazzo Chigi. La sintesi andrà raggiunta in tempi stretti.

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Due punti di vista sul salvataggio di Alitalia
Un altro dossier industriale altrettanto complicato e urgente, sul quale le due future forze di maggioranza hanno posizioni divergenti, è Alitalia. Dopo non poche meline e dichiarazioni di tenore opposto da parte dei Cinque Stelle, il 15 luglio il cda di Fs ha scelto Atlantia, la holding della famiglia Benetton che gestisce tra le altre cose le autostrade su concessione dello Stato, come partner per far parte della futura Newco insieme alla compagnia americana Delta e al ministero dell’Economia. M5S e Pd hanno posizioni divergenti, a cominciare dalla posizione nei confronti dei benetton.

Dopo la tragedia del Ponte di Genova, i pentastellati hanno chiesto la revoca della concessione ad Autostrade (la famiglia di Ponzano Veneto controlla la società tramite Atlantia). Una posizione molto dura, che non registrerebbe il sostegno del Pd. Non solo: per M5S il blocco pubblico, che si sostanzia nella partecipazione di Fs e Mef, dovrebbe avere la maggioranza nel capitale della nuova comagnia. Fino ad oggi questa visione ha destato perplessità nei Dem in quanto dietro a essa si celerebbe una vera e propria nazionalizzazione di Alitalia, scaricando sulle spalle dei contribuenti il peso dell’operazione.

Tutta la gestione del dossier da parte del governo gialloverde, ed in particolare del ministro dello Sviluppo Di Maio, è stata bollata come disastrosa dal Pd. «Dal Ponte di Genova ad Alitalia l’unica certezza è la confusione mentale, politica e l’opportunismo di chi ci sta governando» twittava il 16 luglio il segretario del Pd Nicola Zingaretti. Ora il quadro politico è cambiato. E un punto di incontro con i pentastellati va trovato. Entro il 15 settembre il consorzio dovrà definire l’offerta vincolante e il piano industriale per la nuova compagnia. Nelle ultime ore si è diffusa l’ipotesi di una possibile nuova proroga dei termini, anche se al momento si attende una definizione del quadro politico per prendere in considerazione questa possibilità.

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Il nodo Grandi opere: dal futuro della Tav a quello della Gronda
Su un terzo dossier industriale Movimento e i Dem hanno mostrato di non pensarla allo stesso modo: è la Tav, l’Alta velocità Torino - Lione. La questione è stata in parte risolta dall’esecutivo uscente: la svolta decisiva è opera di Conte, che con il suo sì ha di fatto aperto una frattura “letale” per il governo M5S - Lega. Nei mesi che hanno preceduto questa decisione, tuttavia, i pentastellati hanno espresso una posizione fortemente contraria al prosieguo dei lavori.

Dall’altra parte della barricata i Dem: si sono trovati sostanzialmente al fianco della Lega nel sottolineare l’esigenza e l’opportunità di andare avanti. Più in generale, dunque, si tratta di capire se ora una mediazione potrà essere trovata sul tema delle infrastrutture che sono necessarie al Paese. Il recente no del ministero guidato dal pentastellato Danilo Toninelli all’analisi costi-benefici per la Gronda di Genova, un’opera da 4,75 miliardi, ha spinto il Dem Roberto Morassut, responsabile su questi temi nella segreteria del partito di Largo del Nazareno, a sottolineare che «il Pd vuole un Paese che cresca e in cui le opere necessarie alla crescita si facciano. In un rapporto condiviso con i territori - ha aggiunto -, attraverso un dibattito pubblico ma con delle decisioni finali. La Gronda è una di queste opere e secondo noi va fatta». Nuova opera, vecchie distanze.

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