IL GIORNO DOPO

Ilva, Cgil: rimettere scudo penale per togliere alibi

«Il governo deve togliere ogni alibi ad Arcelor Mittal facendo applicare l’accordo che a suo tempo fu firmato». Lo ha detto il segretario della Cgil, Maurizio Landini, parlando a Radio Anch’io del caso Ilva

di Domenico Palmiotti


ArcelorMittal restituisce l’Ilva allo Stato italiano

5' di lettura

«Il governo deve togliere ogni alibi ad Arcelor Mittal, facendo applicare l'accordo che a suo tempo fu firmato. È necessario che il governo ritorni a quanto convenuto ai primi di settembre, cioè alla logica che non si può
imputare ad Arcelor Mittal cose che possono riguardare chi ha
gestito l’azienda prima di lei». Lo ha detto il segretario della
Cgil, Maurizio Landini, parlando a Radio Anch’io del caso Ilva,
rispondendo chiaramente “sì” alla domanda secca se l’immunità
debba essere ripristinata.


«Ilva - ha spiegato - è stata commissariata per anni. La
stessa cosa che avevano i commissari deve averla anche Arcelor
Mittal. Non posso dire che responsabile è l’ultimo arrivato per
i problemi ambientali creati da chi c’era in precedenza. Così
come sono stati protetti i commissari, credo che il compratore
che si è impegnato a fare gli investimenti deve essere
responsabile se non fa gli investimenti che ha detto e se non
realizza il piano ambientale che deve fare. Non può essere
scaricato su di lui quello che non ha fatto. Mi sembra una cosa
di buon senso. Questo era il senso dell’accordo che fu fatto con
Mittal, con i sindacati, con i commissari e con il governo un
anno e mezzo fa. Si tratta di tornare a quello che era stato
fatto».
«La cosa non spiegabile - rincara - è perché il Parlamento ha
modificato un provvedimento che il governo aveva fatto prima. È
un passaggio che non si comprende. Se si vuole politicizzare
questa vicenda si fa un errore. Qui bisogna risolvere i
problemi».
D’altra parte, ha aggiunto Landini, «Arcelor Mittal non deve
fare la furba. Non può usare questo elemento per dire che non
applica più l'accordo. Non vorrei trovarmi tra qualche giorno
che è stato risolto il problema dell'accordo però ci sono operai
in più, però bisogna modificare il piano, però bisogna, però
bisogna...”.

Nel pomeriggio incontro azienda-sindacati

Nessuno sciopero per ora a Taranto per la vicenda ArcelorMittal dopo il disimpegno dell’azienda con la lettera ai commissari straordinari Ilva. Il consiglio di fabbrica ha deciso di restare convocato in seduta permanente per valutare in diretta tutti gli sviluppi della situazione e di promuovere per la mattinata del 6 novembre un presidio di protesta di tutte le rsu davanti alla direzione dell'acciaieria. Ci saranno anche quelle dell’indotto.

I sindacati metalmeccanici incontreranno alle 17 l’azienda a Taranto - ci dovrebbe essere l’ad Morselli - e attendono poi gli esiti del vertice di mercoledì 6 novembre, presumibilmente in mattinata, tra il premier Conte e la stessa Morselli. Non si esclude che a valle di quest’ultimo incontro a Palazzo Chigi possano essere assunte ulteriori decisioni dal consiglio di fabbrica.

In fabbrica la sfiducia prevale sulla protesta

Il giorno dopo l’annuncio di ArcelorMittal di voler restituire l’azienda, i dipendenti superano in fretta i tornelli, passano sotto gli occhi dei vigilanti, strisciano il badge per entrare in fabbrica e cominciare così un'altra giornata di lavoro. La sfiducia prevale sulla protesta

Alzano il passo gli operai di ArcelorMittal, ex Ilva di Taranto, nella prima mattina del 5 novembre, il giorno dopo l’annuncio della stessa Arcelor di voler restituire azienda, dipendenti e impianti ai commissari straordinari, esattamente un anno dopo il subentro. Superano in fretta i tornelli, passano sotto gli occhi dei vigilanti, strisciano il badge per entrare in fabbrica e cominciare così un'altra giornata di lavoro.

Se provi però a chiedere se sarà una giornata difficile, perché l'azienda ha annunciato di voler avviare il graduale e ordinato spegnimento degli impianti, ti rispondono che no, perché le giornate difficili, cariche di incertezze, di dubbi, sono ormai tante. Tantissime. Si susseguono a cadenza più o meno ciclica da quel lontano 26 luglio 2012, ben sette anni fa, da quando l'area a caldo della fabbrica fu sequestrata dalla magistratura con l'accusa di disastro ambientale. Allora ci furono tutte le incertezze legate al sequestro. E poi i dubbi sul futuro, la paura di perdere il posto di lavoro, lo stipendio. Crisi che si sono ripetute tante altre volte in questi sette anni. Perché l'Ilva dal tunnel non è mai davvero uscita.

Poiché ArcelorMittal perde 2 milioni di euro al giorno, temevano i tagli a Taranto. Temevano la cura draconiana del nuovo amministratore delegato Morselli. Una riedizione di quanto già visto anni fa all'Ast di Terni, e cioè meno occupati, produzione ridotta e più cassa integrazione. Altro che i 1.276 che ora sono sospesi dal lavoro per 13 settimane perché la crisi del mercato dell'acciaio picchia duro. Invece, né altri ammortizzatori sociali, né meno tonnellate di acciaio (oltretutto se ne producono già poche: quest'anno 4,5 milioni di tonnellate per uno stabilimento che è autorizzato a produrne 6 e che a regime, e in efficienza, può produrne più di 8).

Rischia invece di accadere, se il Governo, nel vertice tra il premier Conte e l'ad Morselli, non fermerà ArcelorMittal, che tutto torni nelle mani dello Stato. E per gli operai è un po' un sollievo. Perché lo Stato non licenzia, dicono. E se dovesse ricorrere alla cassa integrazione, aggiungono, non la usa come una clava al pari del privato. Prova ne è anche la gestione commissariale, insediatasi dal giugno 2013 al posto dei Riva, vecchi proprietari dell'acciaieria, non ha mai fatto saltare uno stipendio. Premi compresi.

Ma c'è un'altra cosa da raccontare e che emerge subito nei raffronti tra luglio di sette anni fa e oggi. Allora bastò la notizia del sequestro degli impianti, preludio allo spegnimento, per far uscire quasi tutti dalla fabbrica. Era un caldissimo pomeriggio e i lavoratori, in massa, si riversarono verso la città bloccandola sui ponti, da quello di pietra a quello girevole, snodi vitali di collegamento tra un rione e l'altro.

Dopo quella protesta del 26 luglio 2012, ci furono altri cortei, altre manifestazioni. Certo, anche contestazioni, spaccature tra sindacati e lavoratori e tra gli stessi lavoratori. Ma c'era pressione. Tensione. Stavolta, invece, nulla.

Quando lunedì - ed era il primo pomeriggio - ArcelorMittal ha annunciato che riconsegnava le chiavi a chi gliel'aveva cedute, non c'è stato alcun corteo. Nemmeno un piccolo sit in dimostrativo. Quasi certamente mercoledì 6 novembre il consiglio di fabbrica deciderà una mobilitazione, ma il dato di fatto è che i lavoratori (come anche un po’ i tarantini) sono ormai stanchi. Sfiduciati. Rassegnati.

Nelle motivazioni del recesso, ArcelorMittal, oltre allo scudo penale che non c'è più e al rischio spegnimento, causa sequestro, dell'altoforno 2, ha messo anche il clima ostile. Ha citato la manifesta contrarietà dei rappresentanti politici e istituzionali ai vari livelli. Ma l'ostilità verso ArcelorMittal la dichiarano ormai, soprattutto, gli stessi dipendenti. Che non credono più a niente.

Molti sperano (e auspicano) una lunga cassa integrazione. O un incentivo economico sostanzioso (più dei 100mila euro lordi corrisposti mesi fa in aggiunta al Tfr) oppure la pensione in anticipo per l'esposizione all'amianto, molto presente nel siderurgico. In una parte di loro un anno fa c'era un briciolo di fiducia, poi una serie di vicende, dalla cassa integrazione all'incidente mortale, causa una tromba d'aria, sulla gru di uno sporgente portuale a luglio scorso, dal braccio di ferro sullo scudo penale ai pezzi di reparti che vengono giù per vetustà, per non parlare delle emissioni di polveri e diossine dal camino E312 accertate anche da Arpa Puglia, ebbene tutto questo, nell'insieme, ha creato un muro tra fabbrica e città, tra azienda e lavoratori. Oggi distanti. Divisi. E chissà se mai ritroveranno una strada comune.

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