Opinioni

Ilva e Alitalia, commissari utili solo se hanno nuovi progetti

di Gianfilippo Cuneo


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(Bloomberg)

4' di lettura

L’Alitalia ha un nuovo commissario; la siderurgia dell’Ilva probabilmente tornerà in mano ai vecchi commissari o a un altro nominato di fresco. Ma anche se l’Europa continuasse a chiudere un occhio sugli aiuti di Stato dell’Italia a tali società, se non cambia l’approccio i problemi incancreniti non saranno mai risolti.

Alitalia e Ilva sono due casi di mercati molto differenti, ma accomunati da una situazione ambientale (in senso lato) assolutamente perversa. Il trasporto aereo è in crescita; in Europa i vincenti sono gli operatori low cost e i grandi operatori storici con un buon posizionamento nelle redditizie rotte verso l’America. La siderurgia dei prodotti piani, invece, è in declino, ha eccesso di capacità produttiva e quindi gli operatori non riescono a giustificare investimenti nella nuova tecnologia Arvedi, molto più efficiente dei vecchi cicli integrali, convertitori Ld e laminazioni a freddo discontinua. La crisi di Alitalia non dipende dal mercato, quella dell’Ilva/ArcelorMittal sì, ma solo in parte.

Quando aziende come Alitalia o Ilva sono in crisi, l’approccio dei commissari è quello di continuare nella difesa a oltranza di una situazione perdente, indipendentemente dalle cause, nella speranza che prima o poi ci sia qualche “amatore” il quale, per imperscrutabili ragioni strategiche o per ricatti subiti dal governo, riesca a far stare in piedi tutta l’azienda con tutti gli occupati, e che per di più investa. Abbiamo visto dove ha portato questo approccio illogico; per Alitalia miliardi sperperati e crisi ventennale, per Ilva effettivamente si è trovato un “amatore”, cioè ArcelorMittal, che però ha rapidamente gettato la spugna quando si è reso conto di aver fatto uno sbaglio enorme.

Ma la caratteristica particolare e unitaria delle due crisi è quell’inquinamento che aleggia intorno alle due aziende. Per l’Alitalia l’inquinamento è sindacale con la difesa a oltranza di un modello di business superato e l’inveterata e impunita abitudine di appellarsi alla politica nella difesa dell’esistente, peraltro confortata da una risposta sempre positiva della politica. L’acquirente sprovveduto che comprasse l’Alitalia così com’è si troverebbe, magari dopo anni di ulteriori perdite, investimenti e miglioramenti operativi, a veder vanificati i propri sforzi da scioperi e rivendicazioni salariali non appena la società abbia superato il break-even. I dipendenti sono ultraconvinti che non ci sono penalità a difendere posti di lavoro inutili tanto c’è sempre la soluzione alternativa di tornare allo Stato.

Gli operatori potenzialmente interessati all’Ilva sono invece terrorizzati da quello che, dal loro punto di vista, a Taranto è un inquinamento giudiziario e sindacale esiziale: concrete (e dimostrate) possibilità che impianti vengano sequestrati sine die, rischio che i propri manager subiscano processi penali anche se lavorano secondo un progetto concordato a livello governativo, irragionevolezza nel pretendere il mantenimento di posti di lavoro indipendentemente dai livelli produttivi consentiti dal mercato. Chi mai sborserebbe dei soldi per acquistare gli impianti e per fare investimenti a Taranto con il rischio concreto di imprevedibili fermate giudiziarie e con la certezza di esser sempre accusati di inquinare? Inoltre in Puglia politici e sindacalisti continuano a diffondere fantasie come la decarbonizzazione e la possibilità di riassorbire tutti gli occupati delle aree a caldo mettendo nuovi forni elettrici al posto di altoforni, cokerie, agglomerazioni ecc. Non basta dimostrare, conti alla mano, che non è conveniente costruire gasdotti e impianti per la rigassificazione del metano funzionali ad alimentare un nuovo impianto di preridotto (spugna di ferro); tutti sanno che se un impianto usa molto gas lo si costruisce solo dove il gas costa pochissimo (per esempio in Qatar) e dove ci sono tanti potenziali compratori del prodotto, non a Taranto dove è impossibile che il gas costi come in Qatar e dove gli impianti a valle (incluso un preridotto da costruire ex novo, che un po’ di inquinamento lo genera) sono a rischio chiusura e di sequestro. E tutti sanno che i forni elettrici usano poco personale e non c’è abbastanza rottame e preridotto di importazione per alimentarli economicamente al livello di 4 milioni di t/anno. Non c’è modo di fare quadrare economicamente l’equazione delle fantasie politiche.

L’unica via di uscita è che i nuovi commissari dimostrino di saper gestire per almeno un paio di anni una parte dell’Alitalia e dell’Ilva senza grandi perdite, riducendo così la percezione dell’inquinamento sindacale e giudiziario. Non è difficile, ma prima bisogna abbandonare l’idea che un commissario sia solo il guardiano dell’esistente: deve invece avere il mandato di risolvere il problema, assumendo un manager competente (e dargli carta bianca), meglio se di provenienza internazionale in quanto meno soggetto a farsi intrappolare dalla vischiosità politica italiana. Ricordiamoci che il risanamento delle aziende si deve fare in 6 mesi; allungare i tempi significa, nell’esperienza manageriale internazionale, non arrivare mai alla fine. Se si dimostrerà che un sub-insieme di Alitalia o Ilva può avvicinarsi al break-even, allora si potranno trovare operatori interessati a rilevarle, lasciando allo Stato il compito di gestire gli ammortizzatori sociali per il personale che non può più esser utilizzato economicamente. È molto probabile che eliminando le rotte in perdita una metà dell’Alitalia possa funzionare, così come è probabile che anche a 4 milioni di tonnellate di produzione, con 3 altoforni e il personale strettamente necessario, l’Ilva possa funzionare, dopo aver fatto gli investimenti per la messa a norma dei vecchi impianti; certamente non si può pretendere che tali investimenti vengano fatti da un compratore il quale non avrebbe la certezza di arrivare fino in fondo senza guai giudiziari.

Occorre quindi superare l’attuale approccio di ogni commissario che rimanda a un possibile compratore la definizione delle strategie nonché l’attuazione delle riduzioni dei costi e degli investimenti; dato l’inquinamento percepito intorno ad Alitalia e Ilva bisogna prima dimostrare di saper sostenere un forte conflitto sindacale e fare gli investimenti per il miglioramento ambientale, che comunque sono un’invariante di qualsiasi strategia di possibili compratori. Non si scappa dalla logica della bad company nella quale far confluire tutto quello che non si può più utilizzare economicamente, logica ormai utilizzata dappertutto.

Dopo alcuni anni di gestione privatistica con risultati vicini al pareggio e la dimostrazione che il percepito inquinamento non è più un problema, sarebbe possibile privatizzare veramente; se politici, sindacati e giudici avranno imparato che le aziende devono guadagnare, ovviamente rispettando le norme purché uguali a quelle dei Paesi concorrenti, Alitalia e Ilva potranno poi anche crescere; però la crescita può essere solo un fatto di convenienza economica, non un contratto senza scappatoie che comunque nessun operatore mai firmerebbe.

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