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Ilva e oltre: si può fare ancora impresa, in Italia?

L’Italia è stato a lungo ammirato a livello internazionale per la sua capacità di intraprendere e per il suo “saper fare”. Ma oggi, anche alla luce dell’ultima vicenda ex Ilva - ArcelorMittal, rappresenta ancora un terreno fertile per fare impresa? Il dubbio salta all’evidenza

di Guido Gentili


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(Gaetano Lo Porto / AGF)

3' di lettura

Dietro l'esplosivo caso Ilva con il suo vai e vieni dello “scudo penale” per la nuova proprietà Arcelor Mittal, una domanda: l'Italia rappresenta ancora un terreno fertile dove sviluppare l'attività d'impresa? Francamente il dubbio salta all'evidenza, il che può apparire paradossale per il Paese a lungo ammirato, e invidiato, nel mondo per il suo formidabile tasso di imprenditorialità. Ma i conti con la realtà impongono questa domanda, e la risposta non è scontata.

Sulla presenza ed il ruolo delle aziende multinazionali straniere, un mosaico sempre più fragile e tendente al disinvestimento ha scritto Paolo Bricco spiegando come i flussi tecnologici in entrata e in uscita dal Paese indichino una condizione di radicata difficoltà per il nostro sistema produttivo.
A sua volta, questo aspetto va inquadrato in una cornice generale che chiama in casa l'esistenza e la qualità della politica industriale, le risposte che arrivano dalla classe politica e, in generale, la diffusione nelle classi dirigenti di una cultura d'impresa che abbia davvero superato quella del Novecento.

Politica industriale
Non c'è, e non da oggi. Fu avveniristica negli anni '50 e nei primi anni '60 poi, chiusa rovinosamente l'epoca delle partecipazioni statali, dei “piani di settore” e dell'intervento straordinario per il Mezzogiorno e persa l'occasione delle privatizzazioni dei primi anni '90 (una scintilla che non ha acceso un fuoco duraturo anche per l'assenza delle liberalizzazioni), è diventata occasionale, più che altro in funzione di tampone rispetto a questa o quella crisi. Nessuna visione strategica sul posizionamento dell'economia e dell'industria nella competizione globale. Caduta tendenziale del ruolo della grande impresa. Sopportazione a denti stretti di un altro miracolo, quello delle piccole e medie imprese che si sono arrampicate con successo sulle vette dei mercati mondiali facendo leva soprattutto sulle proprie forze.

Risposta della classe politica e cultura d'impresa
In un bel saggio (“Alla ricerca delle origini del declino economico” di recente comparso su la rivista L'industria), Emanuele Felice, Alessandro Nuvolari e Michelangelo Vasta sostengono che nel corso di tutta la sua storia unitaria, «l'Italia non abbia mai seriamente investito né sul miglioramento delle regole del gioco, né sul miglioramento della dotazione di capitale umano, né, tantomeno, nello sviluppo sistemico della ricerca scientifica e tecnologica».
Risultato: un percorso «che nel breve periodo soddisfa i principali attori in campo e trova il consenso dei cittadini ma che, tipicamente, vede una progressiva cronicizzazione dei nodi irrisolti e sfocia, quindi, nella stagnazione della produttività, nella crisi della finanza pubblica e infine nella grande recessione».

La persistente mancata crescita segnala questo blocco di fondo. E l'odierna vicenda Ilva, con lo “scudo penale” penale ri-approvato con modalità “salvo intese”, e dunque infine lasciato cadere – da tutta la maggioranza di governo, Mov5Stelle, Pd, Leu e Italia Viva- sull'onda di una pressione politica di un gruppo di senatori grillini (dove spiccava la contrarietà dell'ex ministro Barbara Lezzi, pare delusa per la mancata riconferma nel secondo governo Conte), è una piccola-grande conferma di un vuoto di idee che si staglia dietro un'unica frontiera tattica, quella della sopravvivenza giorno per giorno.
Del resto, anche la cultura d'impresa non è mai stato un piatto forte italiano. Mercato e concorrenza sono stati quasi sempre indigesti per tutte le classi dirigenti, nessuna esclusa. Di che meravigliarsi, poi, se invece di cercare e favorire per tempo soluzioni adeguate per un Paese moderno ad ogni crisi industriale si evoca la “nazionalizzazione”? Il riflesso condizionato è già scattato anche per l'Ilva.

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