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Ilva verso la pace giudiziaria ma incertezze sull’assetto futuro

Entro il 28 febbraio La soluzione definitiva entro novembre

di Domenico Palmiotti

(Ansa)

4' di lettura


È in arrivo un nuovo accordo tra ArcelorMittal e Ilva in amministrazione straordinaria, tra gestore in fitto e proprietà degli impianti. Gli avvocati delle parti hanno sostanzialmente definito il testo ed entro fine mese ci saranno le firme in calce.

Se il 12 febbraio scorso uno dei tre commissari Ilva, Alessandro Danovi, convocato per un’audizione alla Camera (commissioni Attività produttive e Ambiente) insieme ai colleghi Francesco Ardito e Antonio Lupo, parlava ancora di esito incerto e manifestava molta prudenza, il 25 febbraio questa incertezza non c’è più. In verità, è già scomparsa da qualche giorno e quindi entro il 28 febbraio l’intesa si firmerà. Ma quale intesa? L’unico dato certo è che l’intesa sgombra il campo in via definitiva dai ricorsi che ArcelorMittal da un lato e Ilva in amministrazione straordinaria dall’altro hanno presentato lo scorso novembre al Tribunale di Milano.

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Verso il ritiro dei ricorsi al Tribunale Milano
Firmato il nuovo accordo, nell’udienza del 6 marzo, a Milano, ArcelorMittal ritirerà infatti l’atto di citazione verso i commissari Ilva - atto che esplicita la volontà di recesso della società dal contratto di fitto - e altrettanto farà Ilva in amministrazione straordinaria con il ricorso cautelare urgente contro ArcelorMittal. Anche se, si osserva, nel momento in cui il gestore in fitto revocherà l’atto di citazione, di fatto decadrà il ricorso presentato dalla proprietà impianti in opposizione. Sarà pace giudiziaria, quindi, dopo tre udienze celebrate a Milano solo per disporre l'aggiornamento ad una data successiva. Era stato così, infatti, il 27 novembre, quando - in previsione di un negoziato, auspicato ma non ancora formalmente avviato - le parti chiesero e ottennero dal giudice il rinvio al 20 dicembre. E poi dal 20 dicembre si andò al 7 febbraio sia per vedere l’esito del Tribunale del Riesame di Taranto per l’altoforno (e il Riesame il 7 gennaio, accogliendo il ricorso di Ilva, ha scongiurato lo spegnimento dell'impianto), sia per impiegare tutto gennaio nella trattativa sulla “nuova” Ilva. Infine dal 7 febbraio si è andati al 6 marzo - ultimo rinvio - per dar modo alle parti di lavorare meglio sull’intesa. Che ora c’è, ma che produce l’unico, vero risultato di rimuovere il conflitto giudiziario perché l’assetto futuro della fabbrica è sì delineato ma ancora da costruire nel merito.


Il futuro da costruire
Un passo avanti rispetto agli accordi parziali di questi mesi ma non ancora il quadro definitivo. Nel senso che è ormai acclarato che la “nuova” Ilva vedrà l'ingresso dello Stato e che ci sarà una newco per la produzione dei preridotto di ferro, semilavorato per alimentare i nuovi forni elettrici. Inoltre, sarà modificato lo schema produttivo dello stabilimento attraverso un mix tra forni elettrici e altiforni tradizionali e il canone di fitto di ArcelorMittal sarà per ora ridotto e la parte “scontata” corrisposta in seguito dal gestore dell'impianto. Tuttavia, per ciascuno di questi aspetti, così come per gli altri, la soluzione definitiva deve ancora essere messa a punto. Avverrà entro novembre. Un punto abbastanza chiaro è che se le condizioni dell'accordo venissero meno e non ci fosse il nuovo investitore pubblico, ArcelorMittal potrebbe ritirarsi dall'ex Ilva entro novembre. E se prima il ritiro non era valutabile in termini di sviluppi giudiziari (azioni di rivalsa) e di costi economici (risarcimento danni), adesso, invece, ArcelorMittal sa che tirarsi fuori costa 500 milioni: 400 cash e 100 di magazzino. Un costo definito insomma. Questo ha fatto insorgere i sindacati, per i quali questi mesi di trattativa non hanno prodotto nulla di concreto se non un ennesimo rinvio e la possibilità per ArcelorMittal di disimpegnarsi.


Vera partita entro novembre

«In questi mesi è stato un tira e molla continuo, ma l’accordo entro fine mese si sottoscrive anche se la partita vera la si gioca entro novembre. Solo lì capiremo bene quel che avverrà» spiega una fonte. Novembre 2020, quindi, come termine ultimo per definire nel particolare tutto quello che per ora è stato delineato. Questioni non da poco, se si considera che tra queste c'é l’occupazione. L’1 novembre 2018, ArcelorMittal ha assunto solo 10.700 degli oltre 13mila dipendenti Ilva. Dei 10.700, 8.200 sono a Taranto e chi non è stato assunto è rimasto con Ilva in amministrazione straordinaria e collocato in cassa integrazione straordinaria. A dicembre scorso, al Mise, ArcelorMittal parlò di 4.700 esuberi a regime. Ma era il piano dell’azienda che venne subito stoppato da Governo e sindacati e da lì è nato il piano alternativo, quello che vede ora in campo lo Stato.


Le proteste dei sindacati e del sindaco di Taranto
Il tema esuberi per ora sembra scomparso ma nella sostanza c'è. Non è ancora nota la sua consistenza numerica. Si sa che si è scesi sotto i 4.700 esuberi indicati a fine anno dall’azienda, che molto probabilmente saranno temporanei, da affrontare con la cassa straordinaria, e non strutturali, ma quale tipo di gestione avverrà, non è ancora chiaro. Nessun incontro con i sindacati c’è stato finora e questo ha provocato molte proteste. I sindacati non vogliono sentire parlare di esuberi e difendono l’accordo sui 10.700 in organico, raggiunto il 6 settembre 2018 al Mise. E protesta anche il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, che si dichiara all’oscuro della trattativa. Molto critico il sindaco che, rivolgendosi al premier Giuseppe Conte, ha dichiarato: «Città stremata, stop ai tentativi con ArcelorMittal, cambino radicalmente le condizioni oppure si lavori tutti insieme per chiudere l’Ilva». Un affondo, quello del sindaco, che nasce dal fatto che ArcelorMittal ha presentato al Tar motivi aggiunti alla sua opposizione al riesame dell'Autorizzazione integrata ambientale per il siderurgico. Riesame chiesto per motivi ambientali e sanitari dallo stesso Melucci e autorizzato a maggio scorso dal ministro dell’Ambiente, Sergio Costa. Un’opposizione ulteriore quella dell’azienda che ha portato il sindaco a dire: «Prendiamo tutti consapevolezza che l’Italia può avere l’acciaio in altre maniere, accettiamo una volta per tutte il fatto che non sarà ArcelorMittal a salvare e riconvertire l’Ilva di Taranto».

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