L’INCHIESTA SULLA BANCAROTTA

Ilva, no al patteggiamento dei Riva. «Pene e risarcimento troppo bassi»

di Angelo Mincuzzi

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(Ansa)


2' di lettura

Troppo basse le pene da patteggiare e troppo esigua la cifra concordata da restituire. L'intesa con famiglia Riva per la restituzione di 1,3 miliardi di euro destinati in gran parte al risanamento ambientale dell'Ilva di Taranto subisce una battuta d’arresto. Il gip di Milano, Maria Vicidomini, ha infatti respinto, perché giudicate «incongrue», le richieste di patteggiamento avanzate da Adriano, Fabio e Nicola Riva nell'ambito del procedimento giudiziario per il fallimento di alcune delle società del gruppo siderurgico.

Adriano Riva, 86 anni, cittadino canadese (fratello di Emilio, scomparso nel 2014), accusato di bancarotta, truffa ai danni dello Stato e trasferimento fittizio di valori, aveva concordato con i magistrati una pena di 2 anni e 6 mesi di carcere. Suo nipote Fabio (figlio di Emilio), anch'egli accusato di bancarotta, aveva proposto un patteggiamento di pena compresa tra i 4 e i 5 anni, in continuazione con una condanna nel frattempo già diventata definitiva. L'altro nipote di Adriano, Nicola, indagato anche lui per bancarotta, aveva proposto il patteggiamento di una pena inferiore a 2 anni di carcere.

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I sostituti procuratori Stefano Civardi e Mauro Clerici, coordinati dal procuratore della Repubblica Francesco Greco, avevano dato l'assenso al patteggiamento dopo la decisione della famiglia Riva di restituire 1,330 miliardi di euro sequestrati dai magistrati in alcuni trust domiciliati nell'isola di Jersey. I soldi gestiti dai trust di Jersey sono in realtà custoditi in Svizzera, nelle casse dell'Ubs, ma la famiglia Riva, dopo che alcuni suoi componenti avevano presentato opposizione al rientro in Italia del patrimonio, avevano infine acconsentito al rimpatrio.

Il rientro dei soldi, congelati in un conto svizzero, era stato annunciato dall'ex premier Matteo Renzi alla fine dello scorso novembre. Per il gip, però, la cifra che i Riva si sono impegnati a restituire è troppo bassa.

L'intesa tra la famiglia Riva e le sue società da una parte, e l'amministrazione stroardinaria del gruppo Ilva dall'altra era stata raggiunta lo scorso dicembre. L'accordo definitivo - prevedeva quella intesa preliminare - doveva essere firmato entro il mese di febbraio 2017. La famiglia Riva aveva accettato di restituire 1,1 miliardi di euro da destinare al risanamento ambientale dell'Ilva più altri 230 milioni per la gestione corrente della società.

A fronte degli impegni presi dalla famiglia Riva, il gruppo Ilva rinunciava «a qualunque pretesa nei confronti degli esponenti della famiglia Riva e delle società loro riconducibili, ponendo fine al vasto contenzioso in essere nell'ambito di una transazione di carattere generale che comprende reciproche rinunce».

Per lo sblocco dei soldi manca soltanto la pronuncia della Corte di Jersey. Ma l'udienza è stata rinviata al 9-10 marzo per una indisponibilità di un giudice. Nel frattempo il Tribunale federale di Losanna ha spostato al 31 marzo la decisione sullo sblocco dei fondi sequestrati e custoditi in Svizzera.

Adesso, il no del gip di Milano dovrà portare a una nuova decisione sulle pene da patteggiare e sull'entità dei patrimoni da far rientrare in Italia.

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