vorrei ma non posso

Ilva, quanto costa chiuderla? Almeno 3,4 miliardi di euro

di Matteo Meneghello


Ilva: sindacati bocciano proposta, tocca al nuovo governo

5' di lettura

Il Governo e ArcelorMittal divorziano. E dopo? Immaginiamo che i destini dell’Ilva in amministrazione straordinaria e del colosso mondiale della siderurgia si separino, come si può immaginare leggendo l’ultima bozza del contratto di Governo di Lega e Cinque stelle, dove in merito al futuro dell’azienda si prevede «un programma di riconversione economica basato sulla chiusura delle fonti inquinanti».

Con gli impianti siderurgici liberi dal contratto con Am Investco Italy – cordata vincitrice della gara per gli asset Ilva di cui Mittal è il capofila –, il Governo può scegliere tre strade: assegnare gli asset a un nuovo compratore, con il mandato preciso di produrre acciaio «pulito» (qualsiasi cosa voglia dire); imporre lo stesso vincolo ad ArcelorMittal; oppure decidere di smantellare e bonificare completamente l’area, per poi rilanciarla con l’insediamento di nuove realtà green.

Contratto per il Governo del Cambiamento

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Imporre l’acciaio «pulito» a Mittal
In ogni caso il primo problema che si pone sulla strada del Governo è il rapporto con Mittal. Il gigante dell’acciaio non è tecnicamente proprietario dell’Ilva, ma è un «promissario acquirente»; anzi, per essere precisi è un promissario affittuario, visto che il contratto ha previsto un’offerta di acquisto (da 1,8 miliardi) previo affitto, con canoni di locazione annui da 180 milioni (che poi saranno scalati dal computo finale). L’impegno va firmato entro il 30 giugno, anche se, in vista della definizione dell’accordo sindacale (che resta una condizione sospensiva) sono possibili proroghe. È in questa sede che, eventualmente, il governo può provare a “forzare” il piano industriale. C’è però all’orizzonte il rischio di una rottura con la cordata Am Investco Italy e di eventuali strascichi giuridici.

Creditori convitati di pietra
Nel caso in cui il colosso siderurgico venga indotto a lasciare, una volta liberate le parti dagli obblighi reciproci, Ilva resta una società in amministrazione straordinaria. L’interlocutore politico di questa vicenda è il Governo, ma l’interlocutore amministrativo è la procedura fallimentare, che risponde al tribunale di competenza e alla direzione generale del ministero. Quando, per fare un esempio, i commissari devono assumere decisioni che vanno al di là dell’ordinaria amministrazione, devono consultare il comitato di sorveglianza (composto da tre tecnici e da due rappresentanti dei creditori) e poi fare istanza al ministero per ottenere l’autorizzazione di ogni decisione presa.

Tutto questo perché, secondo la legge, il compito dei commissari è tutelare sia i lavoratori che i creditori dell’Ilva. Secondo gli ultimi aggiornamenti relativi alla formazione dello stato passivo, la massa debitoria della società è di 2,5 miliardi. Con l’esclusione di Mittal la procedura rinuncia a 1,8 miliardi, destinati a pagare queste pendenze. Qualsiasi creditore potrebbe quindi impugnare questa decisione, perché subisce un danno da questa scelta.

Se arrivasse un nuovo interlocutore
Nel caso in cui si punti su un nuovo soggetto in grado di garantire tecnologie il più possibili «pulite», si potrebbe ripescare l’altra offerta esclusa dalla gara. Si tratta però, nello specifico dell’Ilva, di un’ipotesi impraticabile: l’offerta di AcciaItalia, l’altro concorrente in lizza per gli asset, è ufficialmente scaduta e in ogni caso i soggetti che avevano composto la cordata si erano disuniti nella fase immediatamente successiva all’aggiudicazione ad Am Investco.

È realistica una nuova gara?
Si può pensare a una nuova gara. Una nuova procedura-lampo richiederebbe un minimo di 90 giorni, ai quali però aggiungere la «coda» rappresentata dalla notifica alla Commissione europea e all’eventuale procedura antitrust (indagine che, come visto nel caso di ArcelorMittal, può richiedere molti mesi). C’è però un ostacolo rappresentato dal piano ambientale vigente, che è quello di ArcelorMittal, autorizzato per decreto: se Mittal esce di scena, come ha ricordato in diverse occasioni il ministro dello Sviluppo Carlo Calenda, vengono a mancare i presupposti normativi per continuare l’attività e la procedura è costretta a spegnere gli altoforni.

L’eventualità di una chiusura della fabbrica
Il contratto Lega-Cinque stelle cita espressamente «un programma di riconversione economica basato sulla chiusura delle fonti inquinanti, per le quali è necessario provvedere alla bonifica, sullo sviluppo della green economy e delle energie rinnovabili e sull’economia circolare». I commissari dovrebbero quindi a questo punto procedere alla liquidazione degli asset Ilva. Ma ci sono ancora i creditori alle porte: una partita che vale 2,5 miliardi. In assenza di una vendita, punterebbero con tutta probabilità a ottenere come ristoro il ricavato dello smantellamento e della cessione degli impianti, nonché della vendita del rottame. Per risolvere questo inciampo, visto il lungo «track record» di decreti Salva Ilva degli ultimi anni, alcuni osservatori si spingono a ipotizzare come extrema ratio la fattibilità di un decreto di modifica della Marzano che mette a tacere una volta per tutte i creditori, che a quel punto non riceverebbero più nulla. Un’ipotesi, quest’ultima, tuttavia poco realistica.

Il passaggio del contratto con il riferimento all’Ilva

Il nodo risorse per l’ipotesi bonifica totale
In questo scenario, con il tombale su 2,5 miliardi di pendenze, il Governo avrebbe mano libera. Uscita di scena Mittal, scongiurata ogni altra vendita, messi a tacere i creditori e avviata la liquidazione della società, si potrebbe procedere alla bonifica. Un’operazione del genere, secondo il parere degli esperti, potrebbe richiedere fino a 36 mesi, senza considerare i rallentamenti burocratici legati alla necessità di ottenere tutte le autorizzazioni necessarie. Servirebbero risorse aggiuntive (oltre agli 1,2 miliardi già nella disponibilità della procedura, legati alla transazione con i Riva) per pagare gli stipendi ai circa 14mila addetti al lavoro sulle bonifiche, oltre che per gli interventi di bonifica e di risanamento. Senza contare il fatto che Ilva dovrebbe restituire anche i 900 milioni ottenuti dal Governo: senza il collocamento degli asset nelle mani di un privato, questa cifra verrebbe configurata come aiuto di stato.

Il piccolo “tesoretto” delle quote di Co2
Una strada per reperire risorse potrebbe essere la cessione delle quote Co2 (tra le manifestazioni di interesse non vincolanti presentate nel 2016 c’era anche quella di un fondo specializzato nella compravendita di quote, Erp compliant fuel). Le quote assegnate a Taranto sono 12 milioni, che moltiplicati per il prezzo attuale sul mercato (15 euro, ma c’è chi scommette che possano salire in futuro anche fino a 30 euro) fa 180 milioni. Un «tesoretto» che però non sembra essere sufficiente per le esigenze di risanamento totale auspicate da Lega e Cinque Stelle.

L’impatto sulle importazioni

Le conseguenze sulla filiera industriale a valle dell’Ilva sarebbero serie. Già adesso, con l’Ilva che produce circa 6 milioni di tonnellate di laminati piani, l’Italia è costretta a importare circa 12 milioni di tonnellate dall’estero, quota superiore all’intera produzione italiana (poco più di 11 milioni l’output nel 2017). Se l’operatore di Taranto dovesse sparire dal mercato, potrebbe beneficiarne in Italia Arvedi e, in un futuro di medio periodo, forse Jindal, che ha annunciato l’intenzione di riavviare, fra qualche anno, l’area a caldo di Piombino, installando eventualmente anche un laminatoio per i piani. A lanciare l’allarme per il mondo della distribuzione e dei settori utilizzatori è stato, nei giorni scorsi, Tommaso Sandrini, presidente di Assofermet acciaio. «Non possiamo dimenticare la rilevanza del rilancio dell’Ilva - ha detto - per tutto il comparto dei trasformatori ed Utilizzatori di Acciaio della penisola: il dimezzamento dei volumi di produzione dell’ILva rispetto al periodo precedente al 2011 ha portato a forti difficoltà di approvvigionamento da parte degli utilizzatori domestici. Ne è derivato un aumento delle importazioni su quasi tutti i prodotti e solo
l’azione tempestiva del sistema distributivo, dei centri di servizio e dei
commercianti di acciaio, che sono stati in grado di individuare fonti alternative
di approvvigionamento, ha permesso di non bloccare intere filiere
manifatturiere».

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