editorialeL’EDITORIALE

Ilva, quella svolta industriale che ha evitato un’altra Iri

di Paolo Bricco

(Olycom)

3' di lettura

Questa è una soluzione. Buona? Cattiva? La migliore? La peggiore? Di sicuro è una soluzione. La vicenda dell’Ilva ha trovato il suo approdo stabile e definitivo. In Italia, dove le operazioni politico industriali – e questa è stata una operazione politico industriale - hanno la consistenza del burro fuso e sono sottoposte a continue ricalibrature a causa delle rimodulazioni dei poteri e degli equilibri visibili e invisibili, non era affatto scontato.

L’asta, di per sé, ha funzionato. Arcelor Mittal, con la partecipazione di minoranza di Marcegaglia e l’appoggio di Intesa Sanpaolo, ha avuto la meglio, in un passaggio tecnico che ha già una consistenza politica, su Jindal, capocordata dell’ultimo minuto di un composito rassemblement formato dal fondatore di Luxottica Leonardo Del Vecchio, dalla Cassa Depositi e Prestiti e dall’imprenditore siderurgico di Cremona Giovanni Arvedi.

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Poteva andare peggio. Nel caos italiano, avremmo potuto essere qui oggi a discutere di improbabili cordate Frankenstein, allestite dal Governo pur di non fare precipitare nella più cupa depressione i 14mila dipendenti dell’Ilva.

Questa è una soluzione. L’asta ha, appunto, funzionato. Ma, adesso, bisogna confrontarsi con la realtà. Occorre compromettersi con essa: non mentire, non nascondere, non occultare. Non sarà tutto facile. Il primo problema è il lavoro. Negli ultimi quattro anni l’Ilva, qualunque strana bestia industriale monca e dimezzata sia stata nelle sue varie fasi giuridico-societarie, ha fatto ricorso per tre esercizi ai contratti di solidarietà e per un esercizio alla cassintegrazione: 3.500 gli addetti coinvolti. In alcuni passaggi, la misura richiesta – o, almeno, ventilata – dall’attuale “management” ha riguardato 5mila persone. Dunque, su 14.200 addetti, fra un quarto e un terzo degli operai e dei tecnici è stato considerato non funzionale al perimetro occupazionale e produttivo.

Tutto questo, nel limbo di una amministrazione straordinaria anomala, perché né la politica né il sindacato né le banche avrebbero potuto permettersi la trasformazione di Taranto in un gigantesco buco nero. Adesso, con il passaggio dalla patologia dell'amministrazione straordinaria alla fisiologia di una realtà gestita secondo criteri industriali - appunto l'assegnazione alla cordata di Arcelor Mittal – il tema del numero di addetti assume una nuova valenza.I 9.400 addetti che Arcelor Mittal prospetta per il 2018 sono tanti o sono pochi? Al di là della naturale disponibilità a negoziare su questo numero che potrà avere una multinazionale abituata a confrontarsi in ogni parte del mondo con mille scenari e mille problemi, questo piano interrompe l'incantesimo onirico della agognata neo-statalizzazione che, chi frequenta Taranto, conosce bene.È tornata l'Iri. È tornata l'Iri.

Per molti a Taranto è stato così, negli ultimi anni. Invece, non è mai stato così. Per niente. Il Governo Renzi non ha pensato di statalizzare l'Ilva, tanto che la Cdp – mai convinta della propria funzione, quasi timidamente felice di perdere l'aggiudicazione – ha avuto l'effetto di una tazza di camomilla sulla sua cordata.Ora è stato ristabilito il principio di realtà. Non vi piace la parola mercato? Usiamo la parola industria. È stato reintrodotto nel discorso sull'Ilva il principio di realtà industriale della sostenibilità del numero dei dipendenti rispetto alla finanza di impresa e all'attività produttiva.L'asta, dunque, ha funzionato. È una buona o una cattiva soluzione? Era preferibile quella di Jindal, che peraltro – a detta dei sindacati – sarebbe scesa nel 2018 a 7.800 lavoratori? In ogni caso, è una soluzione. Lo stesso realismo richiesto ai lavoratori e ai sindacati, però, va domandato alla classe dirigente di questo Paese. Una elaborazione econometrica condotta dalla Svimez per conto del Sole 24 Ore l'anno scorso stimava in 10 miliardi di euro il valore del Pil italiano andato in fumo a causa della crisi – giudiziaria, industriale e finanziaria – dell'Ilva nei suoi primi tre anni. Nei primi due anni di crisi l'Ilva ha bruciato 2,5 miliardi di patrimonio netto consolidato. Da allora, almeno un altro miliardo si è sciolto come neve sotto il sole di Taranto.L'asta ha funzionato. Poteva andare peggio. L'Ilva ha un acquirente. Non saranno facili i prossimi mesi. Ma, in ogni caso, questa è una storia che – con i problemi ambientali ancora da risolvere e le sue ferite giudiziarie, i dolori nell'anima di Taranto e la consistenza di un conto finanziario finale ancora tutto da calcolare – non è per niente andata bene.

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