TARANTO

Ilva, ricorso della magistratura contro la norma «salva-commissari»

di Domenico Palmiotti


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L’Ilva di Taranto (Ansa)

4' di lettura

Dopo aver impugnato nel 2013 la prima legge “Salva Ilva” davanti alla Corte Costituzionale, ottenendo però la bocciatura del ricorso, la Magistratura di Taranto torna alla carica sull'Ilva. Stavolta pone alla Consulta il tema della legittimità costituzionale del decreto legge del 5 gennaio 2015, n. 1, convertito con modificazioni nella legge del 4 marzo 2015, n. 20, che assegna ai commissari dell'amministrazione straordinaria dell'Ilva, ai loro delegati e agli acquirenti dell'azienda, l'immunità penale relativamente alle condotte attuative del piano ambientale dell'azienda. Chi ha posto il problema alla Corte Costituzionale è il giudice delle indagini preliminari Benedetto Ruberto, per il quale il decreto del 2015 contrasta con una serie di articoli della Costituzione.

Ruberto si è appellato alla Consulta dopo aver riunificato tre procedimenti in materia ambientale riguardanti l'acciaieria: i livelli di diossina derivanti dalle polveri degli elettrofiltri dell'impianto di agglomerazione, i dati dell'Arpa Puglia relativi alle emissioni di Pm 10, Pm 2,5 e benzene nell'area della cokeria, l'inquinamento provocato dall'attività estrattiva praticata nella cava Mater Gratiae, per la quale il Comune di Statte ha evidenziato problemi in merito alla prosecuzione ed all'ampliamento dell'attività.

Sull'immunità giudiziaria per commissari e acquirenti Ilva (la “protezione” ora si è estesa anche ad Arcelor Mittal Italia, che dall'1 novembre scorso guida di fatto la fabbrica), associazioni ambientaliste e movimenti hanno intrapreso da tempo una vera e propria battaglia con petizioni, esposti e raccolta firme. Ci fu anche un pressing sul Governo, allorquando l'azienda era in procinto di passare ad Arcelor Mittal, affinché cancellasse la norma di salvaguardia, ma senza alcun esito. La richiesta di abolizione è stata rilanciata in Parlamento anche da una deputata M5S eletta a Taranto, Rosalba De Giorgi, la stessa che a settembre era stata duramente contestata in piazza perché il ministro Luigi Di Maio aveva dato l'ok alla prosecuzione produttiva dell'acciaieria anzichè avviarla alla chiusura per favorire la riconversione economica della città così come i pentastellati avevano promesso in campagna elettorale.

Non è la prima volta che la Magistratura di Taranto impugna alla Consulta norme che riguardano l'Ilva. Ad aprile 2013, infatti, la Corte Costituzionale respinse il ricorso dei magistrati di Taranto contro la prima legge “Salva Ilva” (decreto legge n. 207 del 3 dicembre 2012, convertito nella legge n. 231 del 24 dicembre dello stesso anno). Ricorso presentato a valle del sequestro senza facoltà d'uso degli impianti deciso a luglio del 2012 dal gip Patrizia Todisco. In quella sede i giudici della Consulta affermarono tra l'altro che la tutela dell'ambiente e della salute e quella del lavoro avevano pari rilievo e che la legge approvata dal Parlamento, su decreto del Governo, si muoveva in questo solco. Cioè quello di contemperare, in un'ottica di bilanciamento, due interessi fondamentali tutelati dalla Costituzione. All'impugnazione sollevata ora dal gip Ruberto, nessun commento c'è stato da parte di Arcelor Mittal. L'azienda, tuttavia, mesi addietro, quando era al tavolo del Mise in fase di negoziato con le parti, ha sempre attribuito importanza a questa norma. Ed è evidente che ora per Arcelor Mittal, impegnato a riavviare l'acciaieria dopo una lunga crisi investendo 2,4 miliardi di euro tra parte ambientale e parte industriale, si apra una fase di incertezza, almeno sino al pronunciamento della Consulta.

Commenti soddisfatti, invece, del governatore della Regione Puglia, Michele Emiliano, e degli ambientalisti. Dice Emiliano: «La decisione del gip di Taranto di sollevare la questione di legittimità costituzionale del decreto Salva Ilva del 2015 con riferimento all'immunità penale dei gestori dell'ex Ilva, ora ArcelorMittal Italia, è buona notizia. Da tre anni - aggiunge - la Regione Puglia chiede a tutti i Governi che si sono succeduti di eliminare l'immunità penale e di abrogare tutti i decreti che consentono alla fabbrica di funzionare ancora oggi a carbone. Non esiste ancora nessuna norma che obblighi la riconversione della fabbrica utilizzando tecnologie non dannose per l'ambiente e la salute umana. A questo - rileva Emiliano - aggiungiamo che la Regione Puglia, nel giudizio pendente per l'impugnazione del vigente piano ambientale, ha eccepito l'incostituzionalità dell'ultimo decreto “Salva Ilva” per aver dato prevalenza all'interesse della produzione a scapito della salute dei cittadini. Questo è per noi inaccettabile». «Cosa farà il Governo? Chiederà all'Avvocatura di Stato di difendere questi provvedimenti? - chiede ancora Emiliano -. Non può essere la Magistratura a supplire ancora una volta al vuoto politico e legislativo. L'attuale maggioranza parlamentare, con un sussulto di dignità, intervenga per via legislativa e ponga fine a questa indecenza giuridica prima che si pronunci la Consulta».

«Aspettavamo uno sviluppo del genere - commenta Alessandro Marescotti, portavoce di Peacelink, l'associazione ambientalista che ha lanciato, anche con spot, una campagna contro l'immunità -. Era nelle cose - sostiene - che un magistrato, prima o poi, sollevasse il tema dell'incostituzionalità della norma relativa all'immunità penale. C'era già stato tempo addietro un pronunciamento della Consulta, che aveva bocciato un altro decreto legge sull'Ilva, mentre pochi giorni fa la sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo ha condannato lo Stato italiano perchè non ha tutelato e protetto i cittadini di Taranto dall'inquinamento dell'Ilva».

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