TRA PROMESSE E REALTÀ

Ilva, Tap e trivelle: una retromarcia al mese per il M5S

di Domenico Palmiotti


Caos Trivelle: Costa, stop ai permessi, no al Medioevo

4' di lettura

Da settembre quasi una retromarcia al mese per i Cinque Stelle. Teatro la Puglia, regione che al voto di marzo ha premiato i pentastellati eleggendo una “flotta” di parlamentari, gran parte “new entry”. Hanno battuto le piazze di città e paesi, nonché invaso i social, promettendo che avrebbero spento l'Ilva (definito il “mostro”) e che ci sarebbero stati la progressiva chiusura delle fonti inquinanti e l'avvio della riconversione economica dopo 60 anni di acciaio a Taranto. Hanno assicurato che avrebbero stoppato la costruzione del gasdotto Tap nel Salento. Infine, hanno garantito il fermo alle ricerche petrolifere che vedono proprio l'Adriatico e lo Ionio tra le aree marine maggiormente interessate. Nella realtà, le cose sono andate diversamente.

Ad inizio 2019, infatti, i Cinque Stelle si ritrovano con l'Ilva in funzione, ceduta ad Arcelor Mittal e con un piano ambientale e industriale che si muove nel solco di quello che la multinazionale aveva presentato all'ex ministro Carlo Calenda prima che questi cedesse il posto a Luigi Di Maio.

Per approfondire: Ex Ilva, avvio d’anno con sciopero per la nuova gestione

Poi, per quanto riguarda Tap, i lavori di costruzione del gasdotto sono ripresi in quanto il premier Conte e i ministri Di Maio e Costa si sono accorti che, bloccare l'opera, significava esporsi ad un contenzioso miliardario per risarcimento danni. Ed ora il nuovo fronte critico è rappresentato dalle ricerche petrolifere nel Mar Ionio. Nei tre casi che riguardano la Puglia, unica la matrice: l'ambiente. Ed unica è anche la spiegazione che i Cinque Stelle vanno fornendo ad ogni livello: è una “eredità” dei vecchi Governi a guida Pd, Renzi e Gentiloni, abbiamo le mani legate, non potevamo opporci, né bloccare.

Ma se su Ilva e Tap man mano che passavano le settimane e ci si avvicinava al rush finale, apparivano chiare le grandi contraddizioni dei Cinque Stelle tra promesse e realtà, per le trivelle nel Mar Ionio, in un'area che va dal Salento alla Calabria, si è trattato di un colpo a sorpresa. Per i tempi anzitutto: la pubblicazione sul Bollettino ufficiale degli idrocarburi e delle georisorse dei tre permessi di ricerca accordati dal Mise alla compagnia americana Global MED LLC per un'area di 2.200 chilometri quadrati, è avvenuta l'ultimo dell'anno. L'ha scoperta Angelo Bonelli, dei Verdi, già protagonista di diverse battaglie sull'Ilva nei suoi ruoli di coo-portavoce nazionale, candidato sindaco e consigliere comunale di Taranto. Inoltre, proprio sulla ricerca degli idrocarburi i grillini hanno fatto una delle battaglie di punta stando affianco ai “No Triv” così come lo erano stati con i “No Tap” e i “No Ilva”.

Il governatore pugliese Michele Emiliano, che pure aveva concesso un'ampia apertura di credito ai grillini, dichiarando che con Di Maio i rapporti erano decisamente migliori di quelli avuti con Calenda, oggi fa anch'egli retromarcia. Ritira la manifestazione di interesse verso i pentastellati, convoca a Bari, per il 14 gennaio, Regioni e comitato referendario per lanciare una nuova iniziativa, e annuncia che impugnerà le nuove autorizzazioni per lo Ionio. Il ricorso di Emiliano? «Sono contento, non chiedo altro - replica Di Maio -. Spero che un giudice blocchi quello che da qui non potevamo bloccare senza commettere un reato a carico del dirigente che doveva apporre la firma. Ma non sarà “un ricorso contro Di Maio” bensì sarà un ricorso di un governatore del Pd contro una autorizzazione rilasciata dal Pd».

«Ancora una volta, come in un film già visto con Tap e Ilva, il ministro Di Maio non ha il coraggio di assumere la decisione che gli compete, lasciando il cerino in mano alla Regione che è costretta ad azionare» incalza Emiliano. Che ammette: «Contenzioso che, con molta probabilità, finirà per ribadire che il giudice amministrativo non può sindacare le decisioni dello stesso ministro». Perché, aggiunge il governatore di Puglia, «sino a oggi il giudice amministrativo ha rigettato i ricorsi ritenendo che le scelte effettuate dalle amministrazioni statali coinvolte (ministeri Ambiente e Sviluppo economico) siano sottratte al sindacato giurisdizionale in quanto frutto dell'esercizio di discrezionalità tecnica, amministrativa ed istituzionale spettante in via esclusiva ai ministeri competenti».

Intanto, consapevoli che le retromarce fatte in Puglia rischiano di essere pagate care sul piano del consenso elettorale, e non potendo fare più nulla su Ilva e Tap, i Cinque Stelle provano almeno a costruire un argine sulle trivelle. Annuncia Davide Crippa, sottosegretario Mise: «Daremo battaglia con una proposta che verrà presentata al decreto semplificazioni: un emendamento tale da bloccare l'iter di ben 40 titoli oggi pendenti». Esplicita Di Maio: «Presto (ci stiamo lavorando da 8 mesi e ci siamo quasi) porteremo in Parlamento una norma che dichiara l'air gun una pratica illegale e che renda sconveniente trivellare in mare e a terra». Ma Emiliano non molla: «Hanno volutamente omesso di considerare che in sede di autotutela l'amministrazione statale avrebbe potuto disporre il riesame della Via, già rilasciata, sulla base di evidenze scientifiche di segno contrario». E l'ex vice ministro Teresa Bellanova, che al Mise insediò una commissione tecnica per vedere come procedere con le ricerche petrolifere, commenta: «Nessun compimento amministrativo obbligato come cianciano, evidentemente non sapendo di che parlano. L'iter amministrativo non si era concluso. Tutto era nella disponibilità della politica e dell'attuale Governo oltre che del Parlamento».

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