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Ima saluta la Borsa dopo 25 anni: «Sì al private equity, cresceremo negli Usa»

Parla l’ad Alberto Vacchi: ritorno possibile fra cinque anni, quando il gruppo sarà diverso, proiettato verso il digitale e più internazionalizzato

di Matteo Meneghello

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Il ceo di Ima Alberto Vacchi durante in un video messaggio agli azionisti

Parla l’ad Alberto Vacchi: ritorno possibile fra cinque anni, quando il gruppo sarà diverso, proiettato verso il digitale e più internazionalizzato


5' di lettura

Grazie, e arrivederci. Ima si prepara a lasciare Piazza Affari dopo 25 anni. Un’esperienza che ha fatto del gruppo bolognese un benchmark per le medie imprese familiari italiane votate alla crescita. Player di riferimento nella packaging valley emiliana, Ima questa volta ha scelto il private equity per finanziare lo sviluppo. Una scelta non più da pionieri che conferma come il private capital in questa fase storica rappresenti sotto molti punti di vista la faccia più «appealing» del mercato. Ma l’appuntamento con la Borsa, assicura il presidente e amministratore delegato, Alberto Vacchi, è solo rimandato. «Non vedo la necessità di dire addio a nessuno – puntualizza –. La quotazione è una opportunità, va usata quando serve a chi si quota e al mercato. Parlerei di un arrivederci, sperando che le circostanze complessive siano favorevoli, mi riferisco alla politica nazionale e internazionale, perché ci si possa rivedere».

Ima potrà tornare sul mercato azionario, nella visione dei vertici, prevedibilmente in un orizzonte di cinque anni, quando avrà portato a termine questo nuovo pezzo del suo percorso. Ma a quel punto sarà un gruppo diverso: proiettato verso il digitale, più internazionalizzato, in particolare sul mercato nordamericano, grande quasi il doppio e, forse, con un controllo proprietario della famiglia ulteriormente ridotto rispetto a quello attuale.

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La quotazione di Ima risale ormai a 25 anni fa, era il 12 giugno del 1995. Il prezzo dell’Ipo era di 6.200 lire, per l’euro sarebbe servito ancora qualche anno. Che quarto di secolo è stato questo per Ima?
È stata un’esperienza virtuosa, un processo di crescita lenta e progressiva che poi è diventata rapida, nel momento in cui abbiamo imparato a muoverci rapidamente e a comunicare. I successi nell’M&A sono stati evidenti, anche perché abbiamo trovato nei cassetti delle acquisite progetti ben ideati ma mal realizzati che abbiamo saputo portare sul mercato. Abbiamo avuto l’opportunità di crescere nella visibilità, nell’attenzione da parte del mondo bancario. I nostri stessi fornitori ci hanno visto con fiducia, perché quotati e con molta gente pronta a scommettere sulle nostre capacità. Se tornassi indietro rifarei il percorso di questi 25 anni di quotazione, che anche grazie alle critiche e agli indirizzi di analisti e degli investitori, piccoli e grandi, ci hanno corretto e stimolato in molte circostanze. Consiglierei a molte imprese di fare l’esperienza di essere quotate: avremmo più crescita, più trasparenza nelle procedure.

Ora però ha deciso di delistarsi e ricorrere a uno strumento come il private equity. Come mai?
Ogni scelta dipende dalle circostanze. Secondo la nostra esperienza un titolo industriale ha bisogno di tempo per essere compreso dal mondo borsistico, ma ha bisogno, esso stesso, di un periodo di formazione per comprendere come si comunica in Borsa, come si dialoga con il mondo della finanza. Bisogna sapere raccontare la direzione in cui si sta andando con dei fatti. Questo trend obbliga a non deludere i mercati, a continuare nella innovazione, ad aprire nuove frontiere, a fare continue acquisizioni e a offrire performance sempre crescenti nelle scadenze previste per fare valutazioni e previsioni.

Perché ora questo non è più possibile?
Quando il mondo delle acquisizioni diventa povero di opportunità, quando c’è una assuefazione alle performance e i mercati spostano l’attenzione, è tempo di fare riflessioni, per esempio pensare al fatto che servano innovazioni strutturali che richiedono tempi lunghi, di almeno tre anni; un lasso di tempo troppo lungo per acquisire fiducia e curiosità per il nuovo corso tra gli investitori.

Non avete valutato strade alternative?
Ho vagliato diverse opzioni, ma mi sono convinto del private equity partendo dal presupposto che Ima ha una governance caratterizzata da una maggioranza famigliare, e credo che sia necessario costruire un percorso in cui l’azienda deve potere cambiare ulteriormente pelle.

Immagina un’ulteriore riduzione della quota di controllo della famiglia?
Dopo il delisting incrementeremo addirittura la nostra quota di controllo, portandola dal 51% al 55 per cento. Ma nel momento in cui decidiamo di entrare in questo nuovo meccanismo, è naturale ragionare in un orizzonte di crescita ulteriore. Il capitalismo familiare, a uno stadio evoluto, può mantenere un controllo anche sotto il 51 per cento. E la dimensione di Ima, tra qualche anno, sarà diversa.

Che tipo di Ima immagina fra cinque anni? Avete messo nero su bianco la volontà di procedere ad acquisizioni di un certo peso, il mercato specula su una fusione con Coesia e si parla di un colpo negli Usa.
I rumors italiani ci rincorrono da 20 anni e posso assicurare che l’operazione con i fondi di private equity non è figlia di quei rumors. Sul mercato Usa, invece, confermo che il target è rivolto a un’operazione di grosse dimensioni. Stiamo vagliando il mercato con tranquillità, senza pressioni. Anche perché non siamo interessati a un’operazione qualsiasi: l’obiettivo è trasformare Ima in una realtà grande il doppio di quella attuale, anche se molto dipenderà da che tipo di opportunità emergeranno. Per il resto, abbiamo progetti ambiziosi: digitalizzazione, intelligenza artificiale, no plastic e nuovi materiali sono alcuni degli indirizzi sui quali siamo al lavoro. Ma ci vorranno tempo e investimenti che potrebbero ridurre la remunerazione degli azionisti, e anche per questo motivo abbiamo ritenuto opportuno uscire dal mercato.

L’eventuale ritorno in Borsa sarà sempre a Piazza Affari?
Non necessariamente. Andrà valutato ogni aspetto. Le opportunità vanno usate quando servono e dove servono.

Molte Pmi temono un partner come il private equity. Lei, che con Ima è già al secondo giro di ballo con i fondi, cosa ne pensa di questa ostilità?
Per non avere delusioni e ripensamenti è necessario valutare bene le opportunità di investitori che vogliono entrare, se si dispone di una realtà industriale appetibile. È importante scegliere il partner giusto. Bc partners, nel nostro caso, ci ha dato la percezione di essere in grado non solo di portare finanza, ma anche cultura industriale e conoscenza della realtà italiana, dando la possibilità a chi ha gestito l’azienda fino a oggi di mantenere un certo grado di libertà e autonomia. Sarebbe invece paradossale scegliere un potenziale nemico da mettere in casa. Magari nella debolezza estrema questo potrebbe succedere, ma Ima ha fatto la sua scelta in un momento di forza, con un gruppo di azionisti storici che hanno voluto conservare il controllo. Personalmente considero i manager di Bc partners parte della nostra squadra, comunico con loro come con i nostri top manager, ho dedicato tempo a spiegare loro il nostro modello di governance partecipata, loro hanno condiviso, e per questo hanno vinto sui molti che volevano entrare in Ima.

Se il delisting non dovesse avere successo, dovrete procedere a una fusione, e se i recessi saranno bassi, il rischio è di trovarvi in casa una folla di piccoli azionisti. È una prospettiva che teme?
Non faccio previsioni, ma ritengo che il prezzo proposto non solo offra soddisfazione, ma sia più che coerente con le proiezioni, dal momento che supera i target price degli analisti. Il prezzo dell’opa, insomma, tiene conto del valore Ima, ma anche del suo percorso di crescita. Il 90%, comunque, dovrebbe essere una soglia raggiungibile; da lì inizierà il periodo di sell out e poi, dal 95% in poi, si passerà allo squeeze out. Attraverso Ima Bidco abbiamo iniziato ad acquistare sul mercato azioni di Ima e la risposta dei fondi istituzionali Italiani ed esteri è stata immediata. Complessivamente è stato acquisito oltre il 6,8% del capitale al prezzo di 68 euro, a conferma del gradimento del prezzo offerto e contestualmente abbiamo ricevuto la comunicazione da parte del socio Hydra, uno dei principali azionisti rilevanti con il 2,5% del capitale, sulla volontà irrevocabile di adesione all’opa. Questi recenti sviluppi ci rendono ottimisti sul raggiungimento dei nostri obiettivi di adesione da parte dei nostri azionisti.

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