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Imballaggi, per il vetro costi ed emissioni rendono svantaggioso il riutilizzo

Il riciclo è un sistema che funziona: Italia il terzo produttore al mondo di imballi di vetro per uso alimentare, alle spalle di Stati Uniti e Cina

di Giovanna Mancini

Imballaggi, il sistema di deposito cauzionale mette a rischio le aziende del riciclo

4' di lettura

«Guardi: laddove è possibile e realmente vantaggioso dal punto di vista economico e ambientale, il riutilizzo degli imballaggi in vetro è già una prassi del sistema italiano. Ma se il nuovo provvedimento europeo sulla gestione dei rifiuti dovesse passare così come è stato proposto ed estendersi in modo indiscriminato a tutti i settori e tutte le situazioni, credo che si creerebbero molti problemi, a fronte di vantaggi ecologici discutibili». Gianni Scotti, presidente di CoReVe, il consorzio del sistema Conai che raggruppa 109 aziende del vetro, tra recuperatori e riciclatori, importatori industriali e commerciali, e produttori di imballaggi – porta alcuni numeri per far comprendere il suo ragionamento.

Nel 2021 quasi 2,2 milioni di tonnellate

«Grazie alla legge che 25 anni fa ha creato il sistema consortile in Italia, il nostro Paese è ormai da due-tre anni oltre i target di riciclo fissati dalla Ue per il 2030 – spiega Scotti -. Vale per tutti i materiali, ma limitandoci a quello del vetro, lo scorso anno abbiamo avviato al riciclo quasi 2,2 milioni di tonnellate di rifiuti di imballaggi in vetro, su circa 2,4 milioni conferite alla raccolta differenziata. E stiamo lavorando con Anci, l’Associazione dei Comuni italiani, per ridurre quelle circa 400mila tonnellate che, ancora oggi, finiscono purtroppo in discarica, attraverso un investimento di circa 10 milioni di euro a sostegno degli enti locali». Azioni che serviranno anche a contenere le importazioni di rifiuti in vetro (circa 210mila tonnellate nel 2021, provenienti soprattutto da Austria, Francia e Germania), determinate dalla forte domanda di rottame da parte delle aziende produttrici italiane.

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Riciclo oltre gli obiettivi Ue

Quantitativi, questi ultimi, che in base alle regole stabilite dalla normativa europea, non vengono conteggiati nel determinare il tasso complessivo nazionale, che lo scorso anno si è perciò “fermato” al 76,6%, rimanendo comunque superiore all’obiettivo del 75% fissato dall’Unione europea. «Insomma, il sistema funziona e contribuisce a fare dell’Italia il terzo produttore al mondo di imballi di vetro per uso alimentare, alle spalle di Stati Uniti e Cina, con 4,7 milioni di tonnellate di vetro cavo prodotto nel 2021, di cui 2 milioni vendute all’estero», aggiunge il presidente di CoReVe. Un risultato che un Paese povero di materie prime come il nostro può raggiungere proprio grazie a questo sistema di recupero e riciclo che consente di raccogliere e trattare il rifiuto vetroso per farlo diventare materia prima seconda a uso industriale.

Il meccanismo di riutilizzo

«Il che non significa che non esista anche in Italia un meccanismo di riutilizzo, ma è una questione particolarmente delicata – osserva Scotti – perché nel nostro Paese, come anche in Francia e in Spagna, il tema dell’iconicità dell’imballo è molto importante, a differenza che in altri Paesi. Prenda ad esempio la Germania, dove tutte le birre sono contenute in bottiglie di forme sostanzialmente identiche. Da noi basta uno sguardo agli scaffali di qualunque supermercato per accorgerci della varietà di forme e colori utilizzati per birre e acque minerali, ma anche per i vasetti a uso alimentare. È un tema rilevantissimo per le aziende, che fa parte anche di strategie di marketing ben precise e che dunque non sono disposte a rinunciare alla propria unicità».

È facile capire, quindi, che un sistema di riutilizzo implicherebbe – per ogni punto vendita – ricevere indietro i prodotti utilizzati e poi rinviarlo allo specifico fornitore o produttore che si occuperà di disinfettarlo, rimuovere l’etichetta, applicarne una nuova, per reimmettere sul mercato lo stesso imballaggio rigenerato. Un sistema complesso, che richiederebbe alla grande distribuzione di mettere a disposizione spazi aggiuntivi e differenziati a seconda dei prodotti, senza contare le distanze fisiche per rimandare i rifiuti esattamente a quello specifico produttore.

Il caso HoReCa

«Nell’HoReCa è più semplice, perché ogni albergo, bar o ristorante ha un solo fornitore, o un numero limitato di fornitori, che consegna e porta via i prodotti in grandi quantitativi – spiega ancora il presidente di CoReVe –. Infatti, in questo ambito il riutilizzo è già ben implementato, con una quota del 96% per l’acqua minerale e del 27% della birra. Ma nei supermercati è molto complesso e comporterebbe costi aggiuntivi che, alla fine, temo, ricadrebbero come sempre sul consumatore finale».

È un sistema che potrebbe funzionare per grandi quantitativi oppure entro i 200 chilometri di distanza per il tragitto dal punto di raccolta al produttore. «Oltre questa distanza diventa svantaggioso non solo dal punto di vista economico, ma anche ambientale – spiega il presidente -. Il vetro è un materiale che si presta al riutilizzo, ma che pesa molto e quindi richiederebbe tantissimi autotreni per il trasporto, con relative emissioni di CO2, senza contare l’utilizzo della risorsa acqua per disinfettare gli imballi e togliere le etichette». Con il rischio di compromettere i risultati che l’industria italiana del riciclo ha raggiunto anche in termini ecologici: l’attività dei consorziati CoReVe ha permesso, nel 2021, di risparmiare 3,9 milioni di tonnellate di materia prima, 412 milioni di metri cubi di gas, evitando inoltre l’emissione in atmosfera di 2,4 milioni di tonnellate di CO2.

L’appello all’Europa: rivedere il provvedimento

Il consorzio è perciò allineato alla linea di Conai, di Federdistribuzione, di Confindustria e del ministero per la Transizione ecologica nel chiedere a Bruxelles una revisione del provvedimento. «La nostra filiera funziona molto bene, siamo tra i migliori in Europa: perché fare una norma che compromette tutto il sistema?» si chiede Scotti. Che aggiunge: «Dobbiamo muoverci in maniera concertata con i Paesi europei che condividono la nostra visione, come Francia e Spagna, per ottenere le modifiche necessarie».


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