lo stop ai rifugiati

Immigrati, giudice Usa ferma Trump. La Casa Bianca fa retromarcia sulle green card

di Marco Valsania

Proteste contro la stretta sugli immigrati all’aeroporto di Dallas (Afp)

4' di lettura

NEW YORK- La magistratura americana contro Donald Trump. Un giudice federale di New York ha ordinato la sospensione d'emergenza di parte degli ordini esecutivi del Presidente sull'immigrazione, in particolare il provvedimento che vieta l'ingresso negli Stati Uniti a tutti coloro che arrivano con validi visti da sette Paesi considerati dalla Casa Bianca a rischio di terrorismo. Analoghe decisioni sono state emesse da giudici del Massachusetts, Virginia e Washington. E i procuratori generali di 16 Stati hanno diffuso una nota congiunta che condanna l’ordine esecutivo di Trump: «Siamo impegnati - scrivono - a lavorare per garantire che il minor numero possibile di persone soffra per la situazione caotica che si è venuta a creare».

Il giudice di New York ha emesso un ”emergency stay” che proibisce su scala nazionale la deportazione delle persone fermate, affermando che provocherebbe «danni irreversibili». La decisione consente quindi a chi è giunto con un visto valido di rimanere temporaneamente negli Stati Uniti.

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La Casa Bianca non arretra e difende l'ordine esecutivo presidenziale anche se emergono i primi segnali di retromarcia almeno parziale. «Non è caos», ha detto alla Nbc il capo dello staff Reince Priebus, aggiungendo che ieri 325 mila viaggiatori sono entrati negli Usa e solo 109 sono stati fermati. Tuttavia lo stesso Preibus parlando con il New York Times fa una parziale retromarcia: annuncia che i cittadini dei 7 Paesi su cui è scattato il divieto di ingresso negli Usa - Siria, Iran, Iraq, Yemen, Sudan, Libia e Somalia - se sono possessori di green card (un’autorizzazione a risiedere negli Usa per un periodo illimitato) potranno entrare negli Stati Uniti. Le autorità però avranno il «potere discrezionale» di fermare individui sospetti. Insomma, la confusione continua.

La decisione del giudice di New York contro le nuove misure firmate da Trump contro i rifugiati e gli immigrati da sette nazioni a maggioranza musulmana in Medio Oriente e Nordafrica. È probabile che sia però soltanto l'inizio di una protratta battaglia legale sulla loro legittimità. Il ricorso contro l'ordine era stato presentato a Brooklyn a nome di due rifugiati iracheni - che erano stati detenuti all'aeroporto JFK nonostante avessero ricevuto regolarmente asilo e fossero in possesso di validi visti - dai legali della Aclu, l'associazione per i diritti civili American Civil Liberties Union. La Aclu ha definito l'ordine di Trump “incostituzionale” e “in violazione della legge internazionale”. Dimostranti anti-Trump si erano radunati davanti al tribunale ieri notte per aspettare la decisione e hanno applaudito. Altri manifestanti si sono riuniti in serata davanti alla Casa Bianca.

Proteste negli aeroporti Usa contro Trump

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Arrivano intanto anche i primi moniti dai vertici del partito repubblicano sul bando temporaneo di Donald Trump contro sette Paesi islamici. Mitch McConnell, leader della maggioranza al Senato, ha detto alla Abc che è una buona idea rafforzare i controlli sull'immigrazione ma, ha precisato, «penso anche che sia importante ricordare che alcune delle nostre fonti migliori contro il terrorismo islamico sono i musulmani, sia in questo Paese che all'estero. Dobbiamo stare attenti mentre lo facciamo». Mentre i senatori McCain e Graham affermano che «l’ordine esecutivo di Trump sull’immigrazione servirà più ad aiutare il reclutamento di terroristi che a rafforzare la sicurezza americana».

Anche il governo britannico si schiera contro il bando. Theresa May ha chiesto al suo ministro degli Esteri Boris Johnson e degli Interni Amber Rudd di contattare le controparti dell’amministrazione Trump per chiedere conto del divieto di ingresso ai cittadini di Iran, Iraq, Sudan, Yemen, Siria, Libia e Somalia.«Proteggeremo i diritti e le libertà dei cittadini del Regno Unito in patria e all'estero - ha twittato Johnson - È controverso e sbagliato stigmatizzare in base alla nazionalità«, ha twittato Johnson, alfiere di quella Brexit lodata apertamente da Trump. Anche la premier Theresa May d'altra parte, attraverso il portavoce di Downing Street, si è detta in disaccordo con il decreto firmato dal presidente Usa.

Reazioni altrettanto negative sono giunte da parte di Angela Merke, che attraverso il suo portavoce ha fatto sapere che «la necessaria e decisiva battaglia contro il terrorismo non giustifica il fatto di sottoporre persone di una determinata origine o fede a un generale sospetto». Trump, poco prima, aveva dichiarato che l'applicazione dei suoi ordini stava “procedendo alla perfezione”. Gli ordini vietano per tre mesi l'ingresso ai cittadini di Iraq, Iran, Libia, Yemen, Sudan, Somalia e Siria; sospendono inoltre a tempo indefinito l'accoglienza dei rifugiati siriani e per quattro mesi di tutti i rifugiati.

Le affermazioni tranquillizzanti di Trump sono state smentite dal moltiplicarsi di scene e notizie di tensione o caos negli aeroporti statunitensi e di tutto il mondo, con gravi incertezze sul da farsi espresse da parte di studenti e lavoratori stranieri con regolari visti colti in viaggio dai provvedimenti. Si sono moltiplicate anche le proteste di organizzazioni umanitarie, di politici dentro e fuori gli Stati Uniti, e di grandi aziende statunitensi soprattuto hi-tech quali Google e Facebook che dipendono da assunzioni di personale qualificato internazionale e temono di veder colpiti dai divieti propri dipendenti e le loro famiglie.

Lo decisione del giudice americano non ferma Donald Trump, che replica come di consueto su twitter. «Il nostro Paese ha bisogno di confini forti e di controlli rigidi, ADESSO. Guardate a quello che sta succedendo in Europa e, anzi, in tutto il mondo - un caos orribile!». La battaglia insomma non è finita.

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