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Immigrazione: 49 morti nella stiva, omicidio volontario per i membri dell’equipaggio

Anche se estranei all’organizzazione libica armata e ingaggiati alla partenza perchè anche loro desiderosi di sfuggire alla guerra, hanno accettato la morte di 49 delle 100 persone chiuse nella stiva

di Patrizia Maciocchi

3' di lettura

Omicidio volontario per i membri dell’equipaggio del barcone nel quale, nel 2015, morirono per asfissia 49 migranti. Il dolo e l’omicidio volontario ci sono anche se gli imputati erano estranei all’organizzazione libica armata e reclutati nell’imminenza della partenza perchè volevano sfuggire alla guerra. La sentenza (31652) riguarda il caso del barcone di 13 metri, con 366 persone a bordo, soccorso dalla nave Cigala Fulgosi della marina italiana, nel 2015, allora i militari parlarono di una «scena terribile». In 100 tra i migranti imbarcati erano stati chiusi nella stiva, accanto alla sala macchine, in un locale di 4 metri per 6, alto 1,20, con altissime temperature ed esalazioni di gas. Una “selezione”, fatta dai trafficanti libici, che aveva riguardato solo i soggetti di pelle nera.

Anche questo provava, per i giudici, che il rischio morte, accettato dall’equipaggio, era una certezza. In una notte, dei 100, erano morti in 49. L’equipaggio aveva impedito loro con la violenza di salire in coperta per respirare, perché il barcone si sarebbe ribaltato. Per la Suprema corte è inaccettabile invocare, come ha fatto la difesa, il brocardo mors tua vita mea, perchè estraneo «ad una moderna società di diritto basata sul rispetto della persona umana e, comunque contrastante con le previsioni in tema di legittima difesa e stato di necessità che richiedono la non volontaria causazione dello stato di pericolo».

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L’accettazione dell’evento morte

Ad avviso dei giudici non serve indagare sul contributo che ogni singolo membro dell’equipaggio ha dato all’evento morte, è sufficiente la prova che questo era ampiamente prevedibile, anzi quasi certo, e non solo accettato, ma anche provocato, impedendo agli uomini chiusi, in quello che i giudici definiscono un inferno, di riemergere per prendere aria. Il comportamento doveroso stava invece nel rifiuto di condurre il barcone. Nè può essere una giustificazione l’esigenza di raggiungere le coste italiane per sfuggire alla guerra o il fatto che la prosecuzione del viaggio, nelle evidenti condizioni di pericolo, mantenute dagli stessi imputati per tutta la traversata, era un male necessario per salvare loro stessi.

La selezione dei migranti di pelle nera

La Cassazione ricorda allora che «è dovere di ogni individuo, nel rispetto della vita umana altrui, arrestare le proprie condotte egoiste quando, in mancanza, di una specifica causa di giustificazione, esse determinano una lesione grave e la concreta messa in pericolo della esistenza altrui...». Non è possibile - avvertono gli ermellini - nascondersi dietro una presunta «impossibilità di agire altrimenti», solo perchè tale scelta ha un costo per l’autore, quando la condotta è finalizzata a ledere la vita di un altro uomo. Neppure nel diritto bellico, è, infatti, prevista la possibilità indiscriminata di uccidere. La morte per asfissia, dovuta al confinamento, è stata dunque accettata e voluta. E ad essere messi «in quelle terrificanti condizioni», sono stati solo i migranti di pelle nera, provenienti dall’Africa subsahariana, un’etnia diversa «da quella del organizzatori del viaggio e degli imputati».

Migranti neri scelti per ragioni razziali o perché, incomprensibilmente ritenuti più resistenti alle condizioni estreme, «circostanza non illogicamente ritenuta dimostrativa del fatto che, sin dall’inizio del trasporto era ben nota la particolare condizione della stiva nonchè confermata, durante la traversata dai disperati tentativi dei migranti di uscire dalla stiva che venivano repressi con l’uso della violenza proprio dall’equipaggio di cui facevano parte gli imputati». Ininfluente che l’”ordine” dovesse essere mantenuto per evitare che il barcone si ribaltasse, come il fatto che il collocamento nella stiva fosse opera dei trafficanti libici.

Calciatori in fuga dal loro paese

Due dei condannati sono giovani che nel loro paese studiavano e giocavano a calcio, erano in fuga dalla guerra alla ricerca di una vita nuova, al pari degli altri imputati, ma per la Cassazione, non ci sono dubbio sul fatto che si siano trasformati in carnefici. I loro avvocati hanno annunciato ricorso alla Corte europea dei diritti dell’Uomo, per contestare non solo il ruolo svolto nella vicenda, ma anche il difetto di giurisdizione italiana, perchè il salvataggio si era svolto in acque libiche. La Suprema corte ha confermato però l’applicazione della legge penale italiana. L’operazione di soccorso, in base alla Convenzione di Montego Bay, svolta in acque internazionali su una nave priva di bandiera, con a bordo migranti diretti clandestinamente verso le coste italiane, comporta, per i poteri di polizia esercitati, la soggezione dei responsabili all’autorità italiana.

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