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Immigrazione e demagogia, l’emergenza che non c’è

Cambia il governo e, nel giro di una notte, cambia l’agenda delle priorità nazionali

di Sergio Fabbrini

(Afp)

4' di lettura

Cambia il governo e, nel giro di una notte, cambia l’agenda delle priorità nazionali. Con il governo Draghi, la priorità era abbassare i costi dell’energia, introducendo un price cap europeo al costo del gas, così da controllare l’inflazione. Appena insediatosi il governo Meloni, la priorità è divenuta l’immigrazione, in particolare la gestione di 300 immigrati sballottati tra Italia e Francia. L’inflazione non è sparita, anzi è salita ancora di più. L’Unione europea non riesce a prendere una decisione sul prezzo del gas, anzi è divisa ancora di più. Eppure, in Italia, si discute di una emergenza immigratoria che non c’è, per di più sulla base di idee confuse che, da sempre, alimentano la demagogia. Per i demagoghi infatti l’immigrazione non è un problema, ma un’opportunità. Un’opportunità per mobilitare le paure dei cittadini, in particolare di coloro economicamente più esposti alla competizione degli immigrati

Lo si è visto nel 2015-2016, quando poco meno di un milione e mezzo di siriani fuggirono dalla guerra civile in atto nel loro Paese per cercare rifugio in Europa. Quell’esodo fu una manna politica per i leader sovranisti che poterono così candidarsi al ruolo di difensori dei “sacri” confini nazionali. Una difesa giustificata, da leader come Viktor Orbán e Jarosław Kaczyński, con la necessità di proteggere l’identità cristiana dei loro Paesi, ovvero, da leader come Matteo Salvini e Marine Le Pen, con la necessità di garantire lavoro e servizi sociali ai cittadini autoctoni. L’immigrazione fu ben presto trasformata in un problema sicuritario (da gestire con le forze dell'ordine e militari) e non di politica pubblica (da gestire, anche e soprattutto, con gli strumenti della politica economica e sociale). La politicizzazione dell’immigrazione ha portato voti ai nostri demagoghi, ma ha allontanato la soluzione del problema. Tant’è che, oggi, siamo ancora alla situazione del 2015-2016. Con i demagoghi che gridano che ci vuole più Europa, per poi fare di tutto affinché l’Europa non ci sia.

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Occorre uscire dalla trappola della demagogia se si vuole affrontare il problema. La cui natura è molto chiara. L’immigrazione è un fenomeno strutturale, alimentato dalla povertà e instabilità delle aree geopolitiche esterne all’Ue e dalla ricchezza e stabilità di quest’ultima. Naturalmente, quella ricchezza non è equamente distribuita (al nostro interno ci sono ingiustificabili diseguaglianze), così come la nostra stabilità è continuamente messa a rischio (ora addirittura da una guerra). Fatto si è che, così, ci vedono coloro che ci guardano dal di fuori. Per di più, l’Ue ha bisogno di immigrati, visto l’inverno demografico in cui viviamo, così come il suo mercato integrato, basato sul principio della libertà di circolazione (a certe condizioni) delle persone, è attrattivo per coloro che mirano ad andare a vivere negli stati europei più ricchi. Pur conoscendo questi problemi, però, gli stati membri dell’Ue non riescono ad affrontarli. Hanno concordato di abolire le frontiere interne tra di loro (il cosiddetto “spazio di Schengen”), ma non hanno trovato un accordo su come governare le frontiere esterne. E non l’hanno trovato per una ragione precipua, perché non hanno voluto rinunciare alla rispettiva sovranità nazionale territoriale. Un esempio. Dopo la crisi migratoria del 2015-2016, il Parlamento europeo e il Consiglio dei ministri decisero (Regolamento 2016/1624) di rafforzare Frontex (formalmente, Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera), dotandola di nuovi poteri e risorse. In particolare, il nuovo regolamento prevede (Art. 19) che, «qualora il controllo delle frontiere esterne sia reso inefficace in misura tale da rischiare di compromettere il funzionamento dello spazio Schengen», l’Agenzia, su proposta della Commissione europea e di una decisione del Consiglio dei ministri, può intervenire per sostituirsi allo stato membro deficitario, assumendosi la responsabilità per il governo delle frontiere di quest’ultimo. Nonostante i milioni di immigrati che sono giunti alle frontiere dell’Ue, nessuno stato membro ha mai accettato di essere sostituito dall’Agenzia nella gestione di quelle frontiere, bloccando ogni eventuale decisione del Consiglio dei ministri favorevole a tale sostituzione. Una vera e propria schizofrenia ideologica. A fronte di quei milioni di immigrati, i singoli stati membri sanno di non essere in grado di garantire la sovranità nazionale sul proprio territorio, eppure difendono quella sovranità con le unghie e con i denti perché non vogliono che sia sostituita da una sovranità europea.

Insomma, per i governi nazionali, poiché la sovranità continua ad essere considerata una proprietà «singola, assoluta, indivisibile» dello stato nazionale territoriale (come sosteneva, pensate un po’, Jean Bodin nella seconda metà del Cinquecento), allora essa può essere né condivisa né tanto meno spacchettata. La sovranità «sta a Roma oppure a Bruxelles», anzi se si rafforza l’una allora si indebolisce l’altra. Il risultato è la paralisi che continua ad alimentare la demagogia. In realtà, avremmo bisogno di una sovranità europea per proteggere i confini dello spazio di Schengen, ma anche e soprattutto per governare l’immigrazione. Nello stesso tempo, avremmo bisogno di una sovranità nazionale per integrare gli immigrati, selezionati sulla base del diritto e delle necessità, così da sostenere le attività economiche e sociali domestiche. Una doppia e distinta sovranità che richiederebbe un’azione governativa per essere promossa. Sempre che si pensi al governo come ad un’istituzione che deve risolvere i problemi e non già alimentarli.

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