politiche di accoglienza

Immigrazione siamo a una svolta?

di Luca Ricolfi

Il ministro dell'Interno, Marco Minniti (Ansa)

4' di lettura

Non so se sia la paura delle imminenti elezioni politiche, o un effetto dell’avanzata delle forze populiste in Europa e in America, o una risposta alle mosse del Movimento Cinque Stelle, sempre più critico sull’immigrazione irregolare. Sta di fatto, però, che sul problema dei migranti, dopo anni di più o meno rassegnato immobilismo, le cose stanno cambiando. Il neo-ministro degli interni Marco Minniti è uno dei pochi politici messi ad occuparsi di qualcosa che conoscono nei dettagli.

Minniti sembra intenzionato a non lasciare che le cose continuino come sono andate in questi anni, con un sistema dell’accoglienza in perenne oscillazione fra i due estremi del modello italiano: da un lato il mancato rispetto del diritto dei migranti a un trattamento umano e a tempi di attesa ragionevoli, dall'altro la perdurante disponibilità a chiudere un occhio sugli irregolari e su chi non rispetta i decreti di espulsione. Da qualche giorno, finalmente, si torna a parlare delle strutture di accoglienza e della loro inadeguatezza in termini concreti, pensando più alle soluzioni che agli slogan.

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Il tentativo del governo Gentiloni di affrontare il problema rompe una situazione in cui, talora anche nel mondo dell'informazione, si erano cristallizzate due posizioni. Da una parte il semplicismo della destra, che parla come se esistessero soluzioni di facile attuazione, dall'altra la cecità della sinistra, che parla come se il problema non esistesse, o non ammettesse altra soluzione che il perseverare nelle politiche di accoglienza attuate fin qui.

In realtà il problema esiste, ed è diventato drammatico da quando, per una concatenazione di eventi sociali e militari (dalle “primavere arabe” al dilagare dell'Isis), il flusso dei migranti verso l'Europa ha assunto dimensioni insostenibili. Ma se il problema è uno, la soluzione del problema – se mai ve ne sarà una – non potrà essere né unica, né semplice. Perché il problema degli ingressi irregolari in Europa, a mio modo di vedere, possiede una pluralità di facce, e solo prendendole sul serio tutte avremo qualche possibilità di venirne a capo.

Una prima faccia sta nella mancanza di una chiara risposta alla domanda: il numero degli immigrati attualmente presenti in Europa è eccessivo, o adeguato, o addirittura insufficiente? E qual è il livello ottimale per ogni paese? La generosità della Germania è di natura politica, o risponde ai suoi bisogni economici? E' diverso, infatti, gestire una politica di redistribuzione o gestirne una di contenimento, ed è piuttosto curioso che non vi siano “numeri” europei al riguardo.

Una seconda faccia sta nelle politiche di controllo degli ingressi irregolari via mare, con annesso problema di scafisti e trafficanti di esseri umani. Qui sarebbe auspicabile decidere, una volta per tutte, se debbono continuare a farsene carico i paesi mediterranei (soprattutto Italia, Grecia, Spagna e Malta), magari con l'assistenza tecnica di organismi tipo Frontex, o se preferiamo affidare a un contingente navale europeo la sorveglianza delle coste meridionali dell'Europa. E forse, altrettanto auspicabilmente, dovremmo decidere fino a che punto (ovvero fino a che distanza dalle coste dell'Africa), l'Europa è disposta ad accettare l'azzardo morale di chi si mette (o si fa mettere) in mare non per arrivare sulle nostre coste con imbarcazioni africane, ma per essere prelevato e trasportato sul vecchio continente da imbarcazioni europee.

C'è poi la terza faccia, quella delle espulsioni di chi non ha diritto all'asilo politico, o ad altre forme di protezione internazionale. Qui, ammesso che l'Europa ritenga di avere già troppi immigrati sul proprio suolo (il che dipende innanzitutto dalla risposta alla nostra prima domanda: i numeri attuali sono effettivamente troppo alti?), i problemi sono almeno due, uno europeo e l'altro specificamente italiano. Il problema europeo è che esistono paesi di provenienza che non hanno accordi di rimpatrio dei propri cittadini che hanno violato leggi europee. I problema italiano è che la possibilità di dar corso effettivo (e celere) ai rimpatri è ostacolata anche dalle nostre prassi e dalle nostre leggi, in particolare dal numero di gradi di giudizio previsti, che rendono estremamente accidentato l'iter delle espulsioni. Due problemi opportunamente richiamati giusto ieri dal Capo della Polizia Franco Gabrielli, ma per i quali non esistono soluzioni facili e immediate: ci sono paesi con cui è impensabile stabilire accordi di rimpatrio semplicemente perché non assicurano un livello accettabile di tutela dei diritti umani, e ci sono garanzie delle nostre procedure di espulsione che sono insopprimibili perché poggiano sul diritto internazionale. Senza contare il problema dei problemi: anche ammesso di aver risolto la questione dei rimpatri e di aver semplificato l'iter delle espulsioni, resterebbe il dato di fatto dell'inadeguatezza sia quantitativa che qualitativa della rete di accoglienza, chiaramente mal disegnata e sistematicamente incapace di gestire gli arrivi in modo non puramente emergenziale.

Ci sarebbe poi una quarta e ultima faccia, spesso dimenticata perché sgradevole, del problema degli immigrati: il loro tasso medio di criminalità è molto maggiore di quello dei nativi (circa 4 volte più alto), ma mancano, non solo in Italia, norme che abbiano un effettivo potere di deterrenza verso la commissione di reati. Il fatto che molti reati di elevato allarme sociale possano essere compiuti ripetutamente, senza dare luogo né a misure di incapacitazione significative (permanenza in carcere), né a restrizioni dei diritti connessi alla residenza in un paese Ue, né tanto meno al divieto (più o meno definitivo) di ingresso e permanenza in Europa, configura una situazione non solo pericolosa, ma chiaramente contraria al comune senso di giustizia, secondo cui chi è ospitato, indipendentemente dal suo status di rifugiato o di migrante economico, ha uno speciale dovere di rispettare norme e regole della comunità ospitante. Credo che se la violazione delle nostre leggi abbassasse in modo tangibile le chance di usufruire dei benefici della permanenza in Europa, fino all'espulsione automatica (ad esempio dopo 2 condanne penali), ridurremmo in modo apprezzabile alcuni comportamenti opportunistici, realisticamente basati sulla nostra tolleranza per l'illegalità e sulla scarsa effettività delle pene previste dal nostro ordinamento e dalle nostre prassi.

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