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Immuni è efficace? Gli ultimi numeri, le luci e le ombre dell’app per il Covid-19

Procede a fatica il cammino dell'app nazionale sul covid-19, tra crescenti evidenze di efficacia, dubbi e polemiche al contorno

di Alessandro Longo

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Procede a fatica il cammino dell'app nazionale sul covid-19, tra crescenti evidenze di efficacia, dubbi e polemiche al contorno


3' di lettura

Immuni, avanti piano. Procede a fatica il cammino dell'app nazionale sul covid-19, tra crescenti evidenze di efficacia, dubbi e polemiche al contorno.

Sette focolai bloccati

Gli ultimi dati, aggiornati alla scorsa settimana e forniti al Sole24Ore dal dipartimento innovazione alla presidenza del Consiglio, riferiscono che finora Immuni ha bloccato sette potenziali focolai. Erano 4 due settimane fa e 2 a fine luglio. Di preciso, significa che sette utenti Immuni hanno scoperto di essere positivi perché avevano l'app. Hanno infatti ricevuto la notifica di alert dall'app, di essere stati a contatto a rischio con un utente positivo al virus; grazie a quest'avviso si sono isolati e poi il tampone ha confermato anche la loro positività. Senz'app, si sarebbero isolati forse solo alla comparsa degli eventuali sintomi. L'alert ha permesso quindi di contenere ulteriori contagi. Dal primo giugno sono stati 155 gli utenti positivi che avendo Immuni hanno caricato le loro chiavi nei server sanitari e così hanno potuto fare partire l'alert a tutti i loro contatti a rischio. La progressione è di 21 a giugno, 38 a luglio e 96 in agosto. Le notifiche registrate sono state 1878, ma sono calcolate solo a partire dal 13 luglio.

Download a crescita piatta

I download sono a quota 5,5 milioni, 9,9 per cento della popolazione (al lordo però di disinstallazioni e di installazioni da parte dello stesso utente su più cellulari). Questa cifra è pari anche al 14% dei cellulari presenti in Italia; percentuale dalla quale sono esclusi i minori di 14 anni e chi non è in possesso di uno smartphone). Ed è qui forse il principale punto critico: il tasso di download è stabile, aumentando da settimane di appena 100 mila a settimana. Nonostante la crescita dei contagi e i rischi associati alla riapertura delle scuole, insomma, l'interesse per Immuni non si sblocca. In particolare, il ministero della Salute riferisce per la prima volta i dati dei download per regione. Se molte Regioni del

Centro Nord sono sopra al 10 per cento sulla popolazione, il Sud è sempre sotto, con un minimo del 5,4 per cento in Sicilia. Il livello di download è troppo basso, secondo anche fonti istituzionali; «è stato un flop» ha commentato la scorsa settimana lo stesso viceministro della Salute Pierpaolo Sileri in varie interviste. Al momento non ci sono evidenze scientifiche sulla quota minima di installazioni necessaria perché ci sia efficacia; né ci sono evidenze conclusive a livello internazionali sull'efficacia di queste app in senso assoluto. Tuttavia alcuni studi sembrano andare in questa direzione: che qualunque tasso di efficacia, anche piccolo, porta benefici in termini di vite umane salvate. Con due appunti, però: che il tasso di efficacia sale con il numero di installazioni; e che, perché ci sia un'efficacia anche minima, serve un coordinamento complessivo con gli altri tasselli della strategia nazionale sanitaria (tracciamenti manuali, tamponi, cure). Si veda ad esempio uno studio meta-review della University College London – UCL pubblicato ad agosto dal Lancet Digital Health.

Perché poca fiducia in Immuni

A spiegare il tasso piatto di crescita di Immuni contribuiscono diversi fattori. Certo, una generale sottostima del problema coronavirus (come mostrano i pochi download nelle regioni del Sud, meno colpite dalla pandemia). Ma c'è – a quanto si legge nelle polemiche che sull'app si riversano nei social - anche una sfiducia nei confronti di quella capacità di coordinamento complessivo. Ultimo esempio, quanto accaduto a un esperto di pa digitale, Francesco Paolicelli. Riferisce di essere finito in una odissea dopo l'alert di Immuni, perché la Regione competente nel suo caso, la Puglia, «come altre Regioni non ha ancora codificato cosa fare in questi casi». «Dopo una prima quarantena mi hanno detto che ero libero di uscire. Due giorni dopo mi richiamano mi chiedono di fare altri sette giorni precauzionali di quarantena perché non hanno codificato il caso e quindi lo assimilano ad un rientro da zone pericolose con contatti vicini». Alla fine, tampone negativo, «ma ho perso incontri professionali importanti».

Dal ministero della Salute riferiscono al Sole24Ore che la procedura doveva essere la seguente: l'asl competente, allertata dal medico, deve prescrivere solo 14 giorni di isolamento contati a partire dal giorno di rilevato contatto a rischio; e il tampone solo in presenza di sintomi, che l'Asl accerterà con telefonate quotidiane. Per altro, questa procedura si mostra così utile non solo a contenere i contagi ma anche a monitorare l'eventuale aggravamento dei sintomi e quindi prevenire complicazioni. A patto di seguirla, la procedura. Si sa, in merito la competenza è regionale.

Nonostante tutto, Paolicelli continua a suggerire di installare Immuni; perché resta uno strumento da utilizzare contro il virus. «Certo però se le Regioni codificassero la procedura, con un'ordinanza, il sistema sarebbe più funzionale». E crescerebbe anche la fiducia dei cittadini, quindi i download; quindi l'efficacia complessiva del sistema, in un circolo virtuoso

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