SBAGLIANDO SI IMPARA

Immuni da smartworking, ma a rischio di estinzione

Interi settori rischiano di soffrire di una profonda crisi di attrattività di talenti, venendo classificati come lavori o mestieri da scartare

di Gianluca Cravera *

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(AFP)

3' di lettura

A distanza di un anno dall’avvio forzato dello smart working, possiamo senza dubbio affermare che questa nuova modalità di approccio al mondo del lavoro abbia appassionato e condizionato moltissime realtà professionali. La letteratura manageriale sembra ormai completamente allineata nell’affermare che indietro non si possa più tornare e che la nuova forma organizzativa del lavoro non abbia altra strada che non quella del lavoro smart. Sono recenti le dichiarazione apparse su Forbes di importanti realtà come Salesforce, colosso californiano del cloud computing che, attraverso le pesantissime parole del suo Presidente e Chief People Officer sentenzia definitivamente: “La giornata di lavoro tradizionale, dalle nove di mattina alle cinque del pomeriggio, è morta!”.

O ancora più recenti le parole di Travis Robinson, global head di Spotify: “Nessuno dovrà più scegliere tra la comunità dei suoi sogni e il lavoro dei suoi sogni”; due esempi che dipingono senza sfumature un mondo del lavoro in cui il luogo di lavoro non sia centrale per l’efficacia del lavoro stesso. Le due citazioni rappresentano solo la punta di un iceberg di pensiero che identifica il futuro del lavoro sganciato da luoghi ed orari di lavoro.

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Se da un lato questa nuova realtà spinge alla pensione l’ormai superato concetto di equilibrio tra vita professionale e personale a favore di un più moderno di concetto di benessere garantito dal lavoro, dall’altro apre una profonda crisi rispetto a tutti i mondi che sono immuni dallo smart working e che rischiano di soffrire nel medio periodo di una ancora più profonda crisi di attrattività di talenti, venendo classificati come lavori o mestieri da scartare.

In Italia circa quattro milioni di persone sono occupati in settori industriali manifatturieri in cui non esiste possibilità di trasformare il lavoro in logica smart così come per il mondo dei servizi. Il concetto di smart working per l'industria si indentifica con l’integrazione di soluzioni ad alto impatto tecnologico che aiutano i processi ma non consentono un avvicinamento al modello dei servizi. Il nuovo stereotipo del lavoro rischia di generare conseguenze non sottovalutabili da tutti i settori che non adotteranno in futuro soluzioni in grado di avvicinarsi a questo nuovo modo di pensare al lavoro.

Non si tratta di un nuovo scontro tra il mondo dei servizi e quello dell’industria, ma di affrontare un fenomeno dilagante in chiave diversa rispetto a quello che ad oggi viene contemplato all’interno delle manifatture. Il patrimonio di conoscenza e di abilità presente in alcune delle nostre manifatture e, in particolare, quelle legate al nostro Made in Italy, rischia di subire una profonda contrazione in termini di inserimento di nuovi giovani, tanto da rischiare di perdere generazioni di talenti indispensabili per continuare a far crescere una straordinaria porzione del nostro tessuto industriale.

Ripensare al lavoro in manifattura significa reinventare una forma organizzativa, ma anche legislativa in grado di portare un diverso significato di smart working all’interno delle fabbriche. La responsabilità delle imprese, insieme ai sindacati, sarà quella di concepire un nuovo paradigma in cui la produzione industriale possa superare, laddove possibile, i limiti del pensiero lineare, in cui al centro permane il rapporto tempo-denaro. Oggi il tempo ha un valore diverso per tutti, la rivoluzione dello smart working sancisce questo superamento rigido, dando il via ad una forma di azienda basata non più sul tempo orario lineare o sulla fisicità del luogo di lavoro.

Se per le industrie non si può prescindere dalla fisicità per ovvie ragioni, occorre necessariamente rafforzare altri pilastri quali il benessere generato dal lavoro, e la flessibilità del lavoro attraverso l’attivazione dei cosiddetti superteam, in cui persone e tecnologia possono generare insieme un nuovo contributo valoriale in grado di impattare sulla trasformazione delle organizzazioni. La capacità di trovare strumenti, ma anche (e soprattutto) di saper raccontare in maniera evoluta i lavori partendo dal valore che generano, potrà essere un ottimo antidoto per contrastare il pensiero dominante che vede nella dematerializzazione del lavoro un traguardo e non una forma.

Se quindi da un lato ritorna quindi al centro della discussione il legame tra la cultura aziendale e il coinvolgimento dei propri dipendenti, dall’altro emerge la necessità di costruire un network più coeso in cui si possa far emergere la distintività positiva dei lavori eccellenti immuni da smart working, non solo tuttavia attraverso gli slogan ma attraverso iniziative concrete, a partire da un ripensamento delle forme contrattuali del lavoro industriale.

Solo in questo modo le manifatture italiane potranno essere considerate come valide e straordinarie alternative alle soluzioni digitali ed immateriali del lavoro. L’immunità da smart working non può essere solo un problema individuale dell’impresa, deve diventare un fronte comune di investimento, di pensiero e di confronto all’interno di un ecosistema allargato del lavoro.

* Partner Newton Spa

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