stato e mercato

Impensabile risuscitare i successi dell’iri

di Valerio Castronovo


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3' di lettura

Probabilmente non è solo il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli a ritenere che potrebbe servire un ritorno all’Iri per proteggere e rivitalizzare la nostra industria manifatturiera e il suo indotto. Ma, anche se quest’ipotesi fosse realizzabile, l’ente che, per quasi settant’anni ha operato sotto le insegne dello Stato, non potrebbe ripetere la stessa performance che ha caratterizzato la sua attività in alcune fasi salienti della economia italiana. Tanto profondamente è cambiato negli ultimi vent’anni lo scenario internazionale e sono emersi nuovi paradigmi tecnologici.

Di certo l’Iri ha svolto un ruolo di primo piano nella storia italiana: a cominciare dall’opera di salvataggio dal dissesto di tante imprese di grossa stazza, che seppe attuare durante la Grande crisi degli anni Trenta.

Ma se, in quel frangente, l’Iri ebbe modo di agire con successo a tal fine, lo si deve al fatto che potè avvalersi di risorse finanziarie pubbliche, rispetto al complesso del reddito nazionale, non più disponibili successivamente, dal secondo dopoguerra in poi (e tantomeno oggi). Quanto all’apporto determinante assicurato dall’Iri, quale gruppo poliedrico e articolato, alla ricostruzione post-bellica e al “miracolo economico”, nonché allo sviluppo del Mezzogiorno, si trattò del risultato di una singolare quanto complessa convergenza di vari fattori: da un indirizzo di governo dell’economia segnato da orientamenti keynesiani dello “stato maggiore” democristiano; alla sagace gestione finanziaria di Mediobanca, unitamente alla “coesistenza competitiva” patrocinata da Enrico Cuccia con l’establishment del capitalismo privato; da una strategia imperniata su un complesso di investimenti in industrie di base e infrastrutture ad alto potenziale di effetti sistemici (dalla siderurgia alla meccanica, dalla cantieristica all’automotive, dalle comunicazioni alle reti autostradali); alla mutuazione dagli Stati Uniti di determinati modelli manageriali e criteri operativi in ricerca e progettazione, adottati in anticipo rispetto a quelli vigenti al di fuori delle aziende del gruppo di via Veneto (alcune delle quali erano, peraltro, partecipate da privati con quote di minoranza).

Sta di fatto che certe robuste potenzialità espresse negli anni Cinquanta e Sessanta dall’Iri in fatto di economie di scala, livelli di produttività e innovazioni tecnologiche, andarono appannandosi nel decennio successivo e, dopo una parziale ripresa negli anni Ottanta, subirono una netta flessione negli anni Novanta; mentre vennero crescendo ed estendendosi le ingerenze politiche strumentali del partito di maggioranza e di altre forze di governo nella gestione delle aziende a partecipazione statale. Nel contempo il loro numero al vertice delle maggiori imprese manifatturiere italiane (in termini di attivo finanziario e dinamismo) venne riducendosi e perciò anche il loro peso specifico. Nel contempo erano aumentate, in quasi tutti i settori produttivi, le perdite di bilancio e cresciute le difficoltà di ripianarle.

Di conseguenza, dall’inizio degli anni Novanta aveva preso a circolare, negli ambienti politici e fra l’opinione pubblica, l’idea che si sarebbe dovuto procedere a una smobilitazione dell’Iri, cominciando dalle banche. D’altro canto, il debito pubblico aveva continuato, dagli anni Settanta, ad assumere dimensioni sempre più rilevanti; e l’ammissione dell’Italia all’Unione economica e monetaria europea comportava il maggior disimpegno possibile dello Stato dai fardelli e dagli oneri finanziari a suo carico per un riequilibrio dei conti pubblici.

Senonché, per agevolare le operazioni di privatizzazione e far cassa in breve tempo, anche per via delle forti pressioni esercitate da un’intensa sequenza di cambiamenti politici e istituzionali, si finì talvolta per spezzettare in varie frazioni certi complessi funzionanti sino ad allora in base a determinate dimensioni, assetti organizzativi e livelli di capitalizzazione.

Si può ben capire, dunque, come sia impensabile risuscitare l’Iri o cercare di mettere in piedi qualcosa di simile sia pur in miniatura. È comprensibile invece come sia rimasta una certa nostalgia per l’Iri fra quanti hanno avuto modo di conoscere e di apprezzare l’operato dell’ammiraglia del nostro capitalismo pubblico durante numerosi e difficili tornanti dell’economia e della società italiana. Ma adesso quel che conta, per un rilancio del nostro sistema produttivo, è un’efficace strategia di medio periodo in linea con le sfide del mercato globale e della quarta rivoluzione industriale e nel quadro di un’azione concertata e lungimirante, a livello europeo, agli effetti di una crescita strutturale e di una maggiore competitività.

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