Fisco e contabilita

Imposte solidaristiche, un percorso a ostacoli

di Dario Stevanato

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(Adobe Stock)


3' di lettura

Per far fronte all’incombente crisi economica provocata dal lockdown alcune recenti proposte si prefiggono un utilizzo dell’imposta in chiave dichiaratamente redistributiva e solidaristica, come fonte di gettito da utilizzare per l’erogazione di sussidi a lavoratori e imprese il cui reddito si è ridotto o azzerato per effetto dello stop forzato a numerose attività economiche (si veda in tal senso M. Boldrin, Addizionale straordinaria e credito d’imposta, redditi salvi fino al 2021, Econopoly, 9 aprile 2020, nonché, con riferimento agli Usa, Greg Mankiw, A Proposal for Social Insurance During the Pandemic, 23 Marzo 2020, gregmankiw.blogspot.com).

Attraverso l’introduzione di un’addizionale o imposta speciale a carico di quei soggetti che si dimostreranno in grado di mantenere o incrementare i livelli di reddito precedenti all’emergenza sanitaria e alla correlata crisi economica, verrebbero sovvenzionate le attività e i soggetti che registreranno invece una caduta produttiva e nei redditi.

L’idea, certamente interessante, avrebbe il pregio di attuare un trasferimento di redditi tra diversi gruppi sociali in una situazione eccezionale e transitoria, mantenendo in equilibrio i conti pubblici. Semmai, la mancata considerazione della situazione patrimoniale complessiva dei contribuenti (chi ha perso il reddito potrebbe essere dotato di un ingente patrimonio, e viceversa), nonché il carattere sottoinclusivo dell’Irpef, da cui sono esclusi i tanti proventi assoggettati a imposte sostitutive, potrebbe determinare distorsioni nell’elezione della platea dei soggetti bisognosi di sussidi nonché di quelli tenuti al pagamento dell’addizionale. Ma questa è una più generale ricaduta del carattere frammentario dell’Irpef progressiva, che rende il reddito dichiarato un indicatore grossolano per l’attuazione di qualsivoglia politica fiscale di tax and transfer.

Dal punto di vista delle logiche dell’imposizione le accennate proposte delineano un’applicazione sui generis del principio di differenziazione o “discriminazione qualitativa” dei redditi, che verrebbe a dipendere non tanto da natura o qualità del reddito posseduto (temporaneo o perpetuo, basato sul lavoro o sul capitale), quanto dal mantenimento o meno dei livelli reddituali precedenti, con un’importante deviazione rispetto al tradizionale modo di operare delle imposte sul reddito e alla concezione di quest’ultimo come «flusso» che si rinnova in ogni periodo amministrativo, anziché come variazione incrementale rispetto a uno stock preesistente. Il reddito di ciascun periodo è infatti tendenzialmente insensibile, ai fini del calcolo dell’imposta, rispetto agli accadimenti di precedenti o successivi esercizi («l’imposta è dovuta per anni solari, a ciascuno dei quali corrisponde un’obbligazione tributaria autonoma», si legge nell’art. 7 del Tuir).

La base di commisurazione del particolare prelievo resterebbe il reddito posseduto, ma la connessa “capacità di contribuire” verrebbe a dipendere da fattori esogeni sia rispetto a entità e qualità del reddito, che alla situazione personale o familiare del contribuente (come la presenza di carichi di famiglia o spese di prima necessità). L’aspetto forse più problematico di un’addizionale del genere è che la stessa darebbe luogo a un carico fiscale differente per individui che dichiarano, in un certo periodo d’imposta, lo stesso ammontare di reddito, e ciò in ragione di quanto dichiarato negli anni precedenti.

Così, un contribuente che nel 2019 ha conseguito un reddito di 50, e nel 2020 un reddito di 100, pagherebbe l’addizionale; un diverso contribuente con reddito nel 2019 pari a 200, e reddito nel 2020 pari a 100, non pagherebbe invece l’addizionale e riceverebbe anzi un sussidio a fronte della contrazione subìta anno su anno (pur avendo un reddito cumulato nei due anni doppio rispetto all’altro soggetto). Effetti di questo tipo sollevano seri interrogativi sulla tenuta dello schema immaginato, dovendo superare le prevedibili obiezioni che verrebbero avanzate sul piano dell’uguaglianza tributaria e del rispetto dei principi costituzionali. L’imposta sul reddito, per come è oggi concepita, non consente di calibrare l’incidenza del prelievo in funzione di una variabile intertemporale, cioè della variazione intervenuta nei redditi dei diversi periodi d'imposta, come dimostra anche l’assenza di meccanismi di averaging.

Forse, per evitare lo spinoso problema del confronto interpersonale dei redditi il prelievo solidaristico descritto andrebbe concepito alla stregua di un’imposta speciale commisurata al reddito dichiarato ma avente in realtà ad oggetto la permanenza delle potenzialità reddituali e la resilienza della fonte produttiva. Un’imposta speciale, insomma, sull’attitudine produttiva, che la avvicinerebbe alle business taxes sul fatturato o sul substrato organizzativo aziendale.

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