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Impresa a caccia di risorse

di Gaia Giorgio Fedi


3' di lettura

La crescita è l’imperativo categorico per le imprese che vogliono essere competitive, innovative e in grado di produrre utili, ma per la crescita servono gli investimenti, che a loro volta devono essere finanziati, con mezzi propri o ricorso al debito. In un panorama imprenditoriale che soffre di una cronica sottocapitalizzazione, si trovano spesso aziende controllate da famiglie poco propense a mettere capitali nell’impresa e a investire nell’innovazione e nella crescita. Una visione miope, che blocca le chance di sviluppo della società e, in prospettiva, anche di ritorno economico: chi non investe è meno flessibile e capace di adeguarsi ai cambiamenti delle dinamiche di mercato, si espone all’obsolescenza dei propri prodotti e servizi, si condanna all’irrilevanza.

Oltre alla sottocapitalizzazione, che rende difficile l’investimento di mezzi propri, un freno potenziale alla crescita è anche rappresentato dalla forte dipendenza del tessuto imprenditoriale dai finanziamenti bancari. Secondo un’elaborazione di Confcommercio, in Italia i finanziamenti bancari rappresentano il 72% dei finanziamenti totali. Ma è pur vero che nel quinquennio 2011-2016 l’Italia ha vissuto una forte riduzione del credito, che ha penalizzato soprattutto le imprese, le quali hanno perso quasi 120 miliardi di finanziamenti. Questa stretta creditizia trae origine dalla crisi finanziaria e dall’esplosione del problema delle sofferenze creditizie, così come dall’evoluzione regolamentare che ha imposto requisiti prudenziali di capitale sempre più severi alle banche. Ma di fatto ha reso ancora più arduo il reperimento di risorse per lo sviluppo, in un sistema tradizionalmente poco avvezzo all’utilizzo di strumenti di finanziamento alternativi: se si considerano le fonti di finanziamento non bancario, precisa Confcommercio, in termini di obbligazioni e azioni l’Italia si colloca sotto di 20 punti percentuali rispetto alla Germania e di 65 rispetto alla Francia.

Eppure i canali alternativi per il finanziamento ci sono. È pur vero che il panorama imprenditoriale è dominato da aziende molto piccole e a controllo familiare, che hanno minori margini di manovra rispetto alle società a grande capitalizzazione per finanziarsi. Ma negli ultimi anni il panorama è cambiato, anche dal punto di vista normativo, mettendo a disposizione delle pmi degli importanti strumenti di finanziamento e di sviluppo. Come i minibond, introdotti dal governo Monti, che offrono la possibilità di emettere debito e collocarlo sul mercato anche ad aziende più piccole e non quotate, che di fatto in passato erano estromesse dal mercato obbligazionario. Borsa italiana ha creato un segmento ad hoc per queste emissioni, destinate a un pubblico professionale. Un altro possibile strumento per reperire risorse è l’apertura del proprio capitale all’ingresso di nuovi azionisti. Questo può avvenire con la quotazione in Borsa, un importante strumento di sviluppo ma che richiede una certa strutturazione e dell’impresa e un processo piuttosto costoso. Ma per le società più piccole esiste anche la possibilità di quotarsi con un procedimento semplificato su un segmento specifico come l’Aim di Borsa Italiana. Chi vuole espandersi su nuovi mercati o avviare una ristrutturazione finalizzata al rilancio dell’azienda può anche rivolgersi al private equity, con cui il proprio capitale sociale non viene aperto al mercato, come avviene con la quotazione, ma cedendo quote a uno o più fondi e operatori specializzati, che investono per un orizzonte di medio termine con l’obiettivo di uscire dall’azionariato dopo che l’azienda ha acquisito valore. Un’altra possibile strada da seguire è quella dell'M&A: aprire l’azionariato a un’altra società, in modo da sviluppare sinergie ed economie di scala ed esporsi su nuovi mercati. In generale, le soluzioni che mirano ad aprire il capitale ad altri soci possono essere considerate controproducenti, specialmente in realtà di stampo familiare in cui i soci di riferimento temono di vedersi scippare il controllo dell’azienda. Ma possono essere essenziali per liberare le società dal giogo asfittico di una gestione interamente concentrata nelle mani di una famiglia, per avviare il rilancio dell'impresa, ottenere risorse per la crescita e per l'espansione su nuovi mercati.

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