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Questo articolo è stato pubblicato il 08 settembre 2012 alle ore 09:17.

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Secondo i manuali di economia, probabilmente, il distretto delle forbici e degli articoli da taglio di Premana, in provincia di Lecco, dovrebbe essere scomparso da tempo. Soprattutto dopo che da venti anni a questa parte si sono succeduti globalizzazione dilagante, avvento prepotente della Cina sui mercati mondiali, crisi planetarie che come un virus letale si sono trasferite dalla finanza ai sistemi produttivi.

«Invece no. Siamo qui che lottiamo, nonostante non siamo esenti da problemi e non possiamo nasconderci le difficoltà». C'è un pizzico di giustificato orgoglio nelle parole di Danila Sanelli, presidente della omonima Spa che nel 2014 festeggerà i 150 anni di vita nella produzione di coltelli: 2,5 milioni di fatturato e 300mila pezzi venduti nel 2011.
Premana – poco più di duemila abitanti – è una sorta di "caso clinico di studio" perché assomma diverse criticità insidiose: le aziende sono quasi tutte micro o piccole, con pochi addetti e solo il 16% che supera il milione di fatturato; il territorio, la Valsassina, è logisticamente penalizzato, distante dalle grandi vie di comunicazione; la produzione che deriva dall'antica lavorazione del ferro – tipica dell'area e della vicina Canzo (in provincia di Como, dove però il distretto gemello è quasi del tutto scomparso) – è a scarso valore aggiunto e quindi più esposta al fattore costo e alla concorrenza asiatica: cinese e pakistana in particolare.

Il distretto ha conosciuto una crescita impetuosa come numero di aziende dagli anni 50 del '900 fino ai primi del 2000. «Qui – spiega Arnaldo Redaelli, vicepresidente della Camera di commercio di Lecco – si contava un'impresa quasi in ogni casa, nei garage, nei sottoscala». Nel 1951 le aziende censite erano 31, mezzo secolo dopo toccavano l'apice con 212 realtà, dopo la lieve flessione a 140 nel 1991. La produzione di forbici raggiunge il picco a inizio anni 90, con oltre 20 milioni di pezzi. Da quel momento inizia la discesa acuita dalla crisi degli ultimi anni: ora si contano una settantina di realtà, mentre la produzione si è quasi dimezzata, arrivando a 11,5 milioni. Un duro colpo, certo, che insieme alle aziende si è portato via anche occupazione. Ma poteva andare peggio: in questi anni altri distretti sono letteralmente scomparsi.

Se il mix di criticità non è risultato fatale il merito è anche di alcuni antidoti messi in campo dal distretto. Uno di questi è il consorzio Premax, che raggruppa una quarantina di aziende e ne commercializza la produzione in Italia e all'estero. È quasi un primato, perché, come ricorda il direttore generale Giovanni Gianola, «è nato addirittura nel 1974». I numeri sono piccoli, come tutto nei dintorni di Premana: nel 2011 il fatturato di Premax è stato di 4 milioni, «ma nei primi sette mesi di quest'anno siamo cresciuti del 25 per cento. Quasi completamente all'estero. L'Italia, infatti, è ferma». Dietro alla capacità di penetrazione oltreconfine si cela un'altra delle contromisure: la capacità di fare innovazione anche in un settore a basso valore aggiunto. Quasi il 10% dei ricavi di Premax vengono investiti in ricerca e il risultato sono iniziative di marketing, progetti strategici come il recente contratto di rete trasversale a più settori e denominato You chef (si veda altro articolo in pagina) e brevetti. «Uno di questi è il Ring lock system – spiega il direttore del consorzio – che ha portato alla creazione della prima forbice senza vite centrale». La ricerca ha poi ricadute sulle aziende, che ne sfruttano i risultati. Una di queste, tra le più strutturate, è la Dofet di Andrea Tenderini, che produce questo tipo di utensile per il settore tessile. «Ora, soprattutto all'estero, veniamo percepiti come innovatori e produttori di qualità».

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