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Questo articolo è stato pubblicato il 09 settembre 2012 alle ore 08:14.

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ROMA - Viene dall'elettricità la nuova mannaia sulle imprese italiane. Non bastava il pesante extracosto, comunque superiore al 20%, rispetto agli altri concorrenti europei. Ad assestare il nuovo colpo è una somma di componenti che negli ultimi 12 mesi ha gonfiato di un ulteriore 18% i costi medi reali dell'energia elettrica. Ce lo dice il Nus, autorevole società di ricerca e analisi internazionale nell'ultimo studio comparato sul trend dei costi energetici mondiali.

Oneri crescenti per il gas, egemone nella nostra produzione elettrica e per nulla premiato, qui da noi, dalla contrazione dei prezzi internazionali che ha gratificato molti altri paesi grazie al calo generale dei consumi e all'aumento delle disponibilità sui mercati. Ed ecco le nuove addizionali per finanziare l'energia rinnovabile. A cui si aggiungono i ritocchi, non lievi, dei costi per il dispacciamento e trasporto, necessari a sostenere il potenziamento delle infrastrutture. E anche il fisco ha fatto la sua parte.

Per le famiglie e le piccole imprese ancora vincolate ai contratti di maggior tutela l'impatto è stato tutto sommato sopportabile: nei suoi adeguamenti trimestrali l'Autorità per l'energia lo ha contenuto, per l'elettricità, a circa il 6%. Ma nei contratti liberi siglati dalle imprese prevalentemente su base annuale è stato un vero salasso. Più lieve per il gas (+2,7% l'ulteriore rincaro nell'ultimo anno). Pesante nell'energia elettrica, con un inquietante 18,4%. Il che ci colloca, nella sgradita gara sui nuovi aumenti, «al primo posto per l'energia elettrica dal sesto posto del gas naturale nella classifica mondiale».

Il Nus chiarisce di aver utilizzato come utenza tipo nella sua indagine un'impresa di dimensioni medio-grandi, riferendosi alle forniture con contratto bilaterale a prezzo fisso invariabile per tutto il periodo contrattuale di 12 mesi con decorrenza 1 giugno 2012, dunque con negoziazioni fatte nell'aprile scorso.

Il Nus sottolinea con puntiglio i fattori economici che hanno determinato tutto ciò. Con un messaggio davvero preoccupante. Ai vecchi fattori strutturali legati allo squilibrio delle nostre fonti di generazione verso il tutto gas, con il scarso ricorso al carbone e l'annullamento del contributo del nucleare, si sommano i nuovi squilibri dovuti, con le relative diseconomie, all'avanzata delle rinnovabili. In un quadro di offerta di generazione ormai decisamente sovrabbondante, superiore ai 120mila megawatt su un fabbisogno di punta di meno della metà, le energie "verdi" rappresentano ben oltre un quarto dell'offerta teorica, con ben 13mila MW attribuibili al solo fotovoltaico, sovra-incentivato e per giunta con una priorità di ritiro e utilizzo nel sistema elettrico che implica sovracosti diretti a cui si sommano quelli relativi allo spiazzamento delle altre centrali tradizione.

E tutto ciò «ha innescato un forte incremento degli oneri di sistema, in particolare della componente A3» che incidono addirittura per il 26,4% – valuta il Nus – sul nostro costo finale dell'energia elettrica.

Ed ecco che il costo puro attribuibile alla materia prima rappresenta solo una componente, peraltro ridotta, dei nuovi sovracosti. A portarli verso la soglia del 20%, per le imprese a cui si riferisce il Nus, sono sia i costi di trasmissione (+20,3%) sia quelle di dispacciamento (+36,1%), ma soprattutto gli oneri di sistema, cresciuti addirittura del 64% a causa degli incentivi per l'energia rinnovabile. A questo si aggiunge la mannaia del fisco che ha stretto le imprese fino al 34,4% in più, soprattutto a causa della sostituzione delle vecchie accise locali con un'imposta unica nazionale.

TAG: Pmi, Italia, Nus

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