Il Sole 24 Ore
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19 settembre 2012

Brand e monomarca i salvagente di Carpi


La macchina circolare lavora con metodo, srotola le rocche di filo colorate, le tesse, le trasforma in gonne in maglia. Nel capannone della Tessilmoda a Carpi è però l'unica a funzionare, le altre otto sono ferme. «Ai bei tempi si lavorava su tre turni con 20 addetti – spiega Francesco Cremonini, figlio del fondatore – ora resistiamo con sei dipendenti. Sa, molte aziende per cui lavoravamo ora producono all'estero».

La storia di Tessilmoda è comune a molte aziende tessili di Carpi, distretto che negli anni ha affrontato un cambiamento radicale nell'assetto produttivo e che ora fa i conti anche con il terremoto, in grado di arrecare danni strutturali gravi a numerose aziende del settore, con un impatto di centinaia di milioni di euro, anche se per fortuna qui è andata meglio rispetto a Mirandola.
Rispetto a 20 anni fa il fatturato dell'area è salito da 900 milioni a 1,4 miliardi ma in termini reali è sui livelli di allora. Numeri realizzati però con appena 1.110 aziende e poco più di 7mila addetti, in entrambi i casi si tratta di valori dimezzati rispetto al 1992.
Da allora le spalle dei "big" sono diventate un poco più robuste e le prime dieci aziende del distretto oggi sviluppano più della metà dei ricavi globali, quota raddoppiata rispetto a 20 anni fa.

A pagare dazio sono stati soprattutto i subfornitori, un tempo l'anima del distretto, l'arma in più per realizzare in tempi rapidi e a costi ridotti i prodotti in maglia richiesti dal mercato, oggi sempre meno competitivi davanti alla concorrenza asiatica, sempre più in difficoltà per la progressiva delocalizzazione produttiva delle aziende.
«Una volta dovevo staccare il telefono per le troppe richieste di assistenza – racconta Mario Ferrari, storico rivenditore locale di macchine tessili – mentre oggi il 95% dei nostri clienti di maglieria ha chiuso. Proprio stamattina un imprenditore mi ha detto: Mario, a fine anno mi fermo».
Nato già nel '500 con la lavorazione del truciolo e dei cappelli di paglia, il distretto di Carpi si è poi sviluppato nella maglieria, arrivando al massimo sviluppo grazie al boom economico negli anni '60. Il modello del lavoro a domicilio e in conto terzi consente alle aziende flessibilità e velocità, concentrando l'attività nelle aree di progettazione, coordinamento produttivo e vendita. Cavallo di battaglia di Carpi è il "pronto moda", campionari realizzati con un anticipo di soli 3-4 mesi rispetto alla stagione di vendita, velocità e capacità di gestire i piccoli lotti come arma competitiva. Per i terzisti italiani però l'eta dell'oro finisce negli anni '90, dove progressivamente alla concorrenza asiatica "esterna" si aggiunge l'arrivo di imprenditori cinesi, oggi oltre 200, il 25,7% delle aziende di subfornitura.

E mentre la maglieria progressivamente perde rilevanza, scendendo a poco più di un terzo dei volumi per dare spazio alle confezioni su tessuto, si assiste ad una progressiva migrazione produttiva delle aziende locali, soprattutto quelle di maggiori dimensioni: il made in Italy valeva il 74% nel 2008, dieci punti in meno nel 2010, le stime attuali lo danno attorno al 60% e ancora in discesa.
E quando la produzione tessile si delocalizza, altri fornitori seguono a ruota, spingendo così gli occupati esteri a sfiorare le 3mila unità, poco meno della metà rispetto agli addetti locali.
«Siamo nati nel '74 per servire il distretto di Carpi – spiega l'ad di Cadica Group Andrea Carnevali – poi l'Emilia-Romagna, poi l'Italia e infine il mondo. Per noi è importante essere vicini ai clienti per gestire al meglio la logistica». Cadica, 30 milioni di ricavi, 75 addetti in Italia e 120 su base globale, fornisce etichette e cartellini ai maggiori brand italiani e stranieri, da Levi's a Lacoste, da Armani e Tommy Hilfiger. «Il 40% è prodotto all'estero – spiega – e in futuro vogliamo rafforzare la presenza internazionale, per esempio in Tunisia o Marocco».

Il campionario è alto una spanna, etichette prodotte su materiali di ogni tipo, in ogni colore e dimensione, produzioni che danno ancora lavoro a una manciata di fornitori locali ma Carnevali ammette che sul fronte dei clienti Carpi ormai per l'azienda «vale pochissimo».
I "puristi" del made in Italy qui si trovano ancora ma resistono solo posizionandosi sulla fascia alta del mercato, oggi stimata al 70% dei ricavi, dodici punti in più rispetto al 2000. «Dal filo al tessuto facciamo tutto qui – racconta Gianni Romitti –, e guardi che non siamo solo nostalgici, soprattutto ci conviene, perché i ricchi russi non comprano certo il made in China». La Gold Par di Romitti, 65 addetti e 15 milioni di ricavi, in 20 anni ha triplicato il fatturato grazie allo sviluppo dei brand per bambini, esporta un terzo dei ricavi e proprio le vendite oltreconfine spingeranno il fatturato 2012 a crescere di oltre il 10%. Strategia costruita attorno a marchi propri e in licenza, investimenti in tecnologia e rete commerciale, sviluppo di negozi monomarca, ma anche ampio utilizzo di fornitori locali. «Lavoriamo con parecchie aziende – spiega Romitti – e restare nel distretto per noi è fondamentale. Certo, sui prezzi siamo noi a dettare le condizioni, mi rendo conto che per i terzisti il quadro è diventato sempre più difficile». I risultati di Gold Par confermano che l'export è dunque l'unica strada, imboccata però in ritardo dal distretto, superato nel 2011 secondo i dati di Intesa SanPaolo da altre aree come Biella, Como o Vicenza.

Il fatturato estero di Carpi vale un terzo dei ricavi, in crescita rispetto a 20 anni fa ma ancora ridotto a confronto di altri distretti. Le aziende lo sanno e spingono l'acceleratore soprattutto in questa direzione. «Siamo passati dal 20 al 30% dei ricavi esteri in un solo anno – spiega il presidente e ad di Antress Industry Maurizio Setti – anche perché ora è l'unica area di crescita». Antress, che ha recentemente riorganizzato l'attività all'interno di una holding, fattura 70 milioni e cresce a tassi del 15-20%. «Perché abbiamo i marchi – spiega – solo così si difende l'azienda e si resiste alla concorrenza, alcune imprese hanno capito questa necessità e sono riuscite a fare il salto di qualità, per le altre diventa tutto più difficile».
Il territorio lo ha capito, e l'evoluzione positiva dei maggiori gruppi è solo la punta dell'iceberg, perché ad avere marchi propri erano solo sei aziende su dieci nel 2000, quasi otto oggi. Percentuale che scende drasticamente al 47% per le aziende minori, ovviamente in difficoltà nel proporre e imporre sul mercato un proprio brand. Gruppi maggiori come Antress, invece, si spingono direttamente nel retail sviluppando negozi monomarca e controllando la filiera fino al cliente finale. Scelta adottata da molte aziende, con la quota di fatturato realizzata dai negozi monomarca balzata al 10%, il doppio rispetto al 2008.

«I gruppi più robusti – spiega la responsabile dell'Osservatorio del Tessile-Abbigliamento del distretto di Carpi Daniela Bigarelli – puntano sul brand e sul controllo diretto delle vendite ma il problema è per le imprese minori: il tema è come aiutarle per andare sui mercati esteri, perché il trend di delocalizzazione produttiva non pare destinato a fermarsi».
Previsioni già confermate dai piani delle aziende.
«La nostra cultura resta artigianale – osserva il numero uno di Antress Maurizio Setti – e la produzione locale arriva all'80-85%. Certo, in futuro questa quota scenderà e stiamo guardando in particolare alla possibilità di produrre qualcosa nei paesi del Mediterraneo».
Il pressing della globalizzazione
Le aziende di Carpi specializzate in maglieria e confezioni si sono dimezzate in dieci anni (in alto un telaio circolare, a sinistra un laboratorio di cucitura) anche se il territorio cerca di resistere e il 60% della produzione locale è ancora made in Italy.
IL RATING DEL SOLE
Il punteggio

Attraverso una griglia di 14 variabili ciascun distretto è definito nei suoi punti di forza e di debolezza. Carpi resiste grazie all'innovazione e allo sviluppo dei marchi, mentre soffrono i terzisti di minori dimensioni, penalizzati dalla concorrenza asiatica e dalla caduta del mercato interno.
Il giudizio
-
PUNTI DI FORZA
1
CAPACITÀ COMMERCIALE

Se il distretto resiste ancora lo deve soprattutto alla capacità di molte aziende di sviluppare direttamente propri brand arrivando a seguire le filiera fino al cliente finale. I gruppi più robusti creano anche reti di negozi monomarca.
ALTA
-2
INNOVAZIONE

La creazione di nuovi modelli nei campionari è ancora un asset che distingue Carpi dalla concorrenza. Ciascuna azienda "finale", in media, ha inserito lo scorso anno 414 nuovi modelli, in crescita di quasi il 30%
rispetto a quanto accadeva dieci anni fa.
BUONA
-3
DIMENSIONI D'IMPRESA

I big sono rari, quasi dimezzati rispetto a 10 anni fa, ma chi ha resistito è cresciuto: le top ten valgono in ricavi la metà del distretto. Tra i maggiori gruppi vi sono Liu-Jo, Champion, Blufin, Light Force, Gaudì Trade, Denny Rose, Olmar, Mirta, Via delle Perle, Luca Maglierie.
DISCRETA
-PUNTI DI DEBOLEZZA
1
INTERNAZIONALIZZAZIONE

La quota di export sta crescendo ma i risultati sono ancora inferiori del 22% rispetto al periodo pre-crisi. Tra le iniziative di sostegno richieste dalle imprese finali la principale è proprio la ricerca di nuovi mercati di sbocco, unita alla promozione sui mercati esteri.
BASSA
-2
ATTRATTIVITÀ

Il settore non è dei più facili e anche gli ultimi dati dell'export segnalano le difficoltà del tessile italiano. Progressiva delocalizzazione produttiva delle aziende locali e difficoltà logistiche nella viabilità sono altri aspetti
che rendono problematico il distretto.
SCARSA
-3
OCCUPAZIONE

In 20 anni gli addetti si sono dimezzati e una quota crescente di personale fa capo alle filiali estere. I problemi maggiori sono per i terzisti, stretti tra il calo dei consumi italiani e la lenta ma progressiva delocalizzazione di parte della produzione.
INSUFFICIENTE


19 settembre 2012