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Questo articolo è stato pubblicato il 20 settembre 2012 alle ore 06:44.

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MONTEBELLUNA (Tv). Dal nostro inviato
Come un atleta che dopo una lunga corsa si ferma, ma solo il tempo necessario per riprendere fiato e decidere come proseguire: non poteva che essere una metafora sportiva quella usata da un imprenditore per descrivere il momento vissuto dal distretto di Montebelluna, che definire "dello scarpone" oggi non basta più.
Ed è stata una corsa davvero lunga: dalla pancia contadina al mondo globalizzato, sintetizza Aldo Durante, oggi direttore del Museo dello scarpone e memoria storica del distretto. Già nel 1800 qui si producevano calzature robuste per i boscaioli del Montello e i montanari feltrini, suole in legno e tomaie in cuoio. I dieci laboratori calzolai del 1808 diventano 55 nel 1972, e all'inizio del 1900 sono già 200. Nel 1911 si vedono le prime fabbriche; da qui arrivano le scarpe per i militari durante la prima guerra mondiale, ma già nel dopoguerra gli scarperi sono pronti a cogliere il primo cambiamento del mercato: nasce lo scarpone per lo sci dei benestanti, e con esso il primo miracolo economico. Nel 1954 la spedizione italiana guidata da Ardito Desio scala il K2 indossando scarponi Dolomite, un evento di risonanza mondiale.
Gli anni Sessanta sono quelli delle innovazioni: l'idea è dell'americano Bob Lange, che nel 1967 crea il guscio dello scarpone in resina poliuretanica colata in uno stampo. I montebellunesi – «a parte quei pochi che dicevano: la plastica non funzionerà mai», ricorda Durante – credono nella nuova tecnologia, ma a modo loro la trasformano, avviando un processo produttivo a iniezione, economicamente e qualitativamente migliore. Il trionfo del nuovo materiale è tale che la produzione di scarponi vola dalle 200mila paia annue del 1960 ai 4 milioni del 1979, mentre il doposci - prodotto nuovo, pochissimo tecnologico, bastavano una macchina da cucire e mani esperte - passa da 4 milioni di paia nel 1972 a 14 milioni nel 1979. «Il successo richiede manodopera – spiega Durante – e questa arriva dai campi: migliaia di contadini entrano in fabbrica, ma sono legati alla terra con la testa e con il cuore. Il rapporto con il padrone è diretto».
Vent'anni fa, il viaggio del Sole-24Ore trova un vero "impero": 700 aziende, un fatturato da 1.200 miliardi di vecchie lire, il 50% della produzione mondiale di scarponi da sci, il 40% delle scarpe da fondo, per non parlare dei primati nazionali, con l'80% degli stivali da motociclismo, il 45% delle scarpe da pallacanestro e il 40% di quelle da tennis. I forestieri sono già entrati nella "pancia" del distretto: la data cruciale è il 1974, quando la famiglia Caberlotto cede la Caber, marchio storico dello scarpone, alla multinazionale Spalding. È la prima azienda montebellunese che diventa proprietà di forestieri: non sarà l'unica, perché quel che fa gola è quella concentrazione di know how che qui ha trovato casa. «I nuovi titolari sono americani, quel legame diretto fra lavoro e azienda non c'è più. Al distretto, sempre più forte, ora servono manager, e dove si vanno a prendere? Nelle grandi aziende metalmeccaniche, con la cultura del metallo, quello degli stampi che ora servono a produrre lo scarpone moderno», osserva Durante.
Arrivano gli stranieri, ma i montebellunesi non stanno a guardare. Negli anni Settanta le scarpe da calcio e da ciclismo acquistano un peso significativo, e trainano anche l'abbigliamento per lo sport. La moda diventa la nuova protagonista, le scarpe da trekking diventano più colorate, leggere, e sfondano i limiti dell'utilizzo in montagna per diventare, semplicemente, modelli da tempo libero. Caberlotto, rimasto comunque presidente della Caber ceduta, fonda - dall'altra parte della strada - la Lotto, con i fratelli; e se i competitor del distretto sono ora Nike e Adidas, che producono a Taiwan, anche i montebellunesi fanno la valigia, direzione Far East. La caduta del muro di Berlino – 1989 – apre un enorme mercato, non solo per i grandi che già hanno scoperto la delocalizzazione, ma anche per i piccoli: sono le realtà che contano meno di 15 dipendenti, e che ora trovano manodopera a basso prezzo, dalla Romania e dai Paesi vicini. I prodotti made in Montebelluna viaggiano nel mondo, ma contemporaneamente qui arrivano oltre 10mila persone di cento etnie. Ogni laboratorio decentra parte del lavoro ad altri laboratori più piccoli, fino a far svolgere alcune lavorazioni a domicilio. Poi qualcuno spicca il volo, in una esplosione di imprenditorialità che porta una straordinaria espansione del mercato.
«Il contrario di quanto sta avvenendo – osserva Durante –, ma a preoccupare non è tanto l'aspetto occupazionale: se qui lavorano ancora 7, 8mila persone, altre 70mila lavorano per noi nel mondo. Tornassero qui certe produzioni, non sapremmo nemmeno dove metterle. Il problema non è avere delocalizzato, c'è chi proprio così ha creato nuova occupazione anche qui, ma averlo fatto in modo scriteriato». Anche Adriano Sartor, oggi referente del distretto riconosciuto dalla Regione e insieme patron di Stonefly, fondata nel 1993, parla di un impoverimento progressivo che andava, e va, gestito: «All'inizio c'era una filiera praticamente autosufficiente, con piccole realtà che lavorando in subappalto e di fatto irroravano l'intero territorio. Oggi l'esigenza di confrontarsi con competitor internazionali ha spostato molte produzioni, e l'indotto ne ha risentito: se da un lato la delocalizzazione ha consentito di reggere la concorrenza, e di essere già presenti in quelli che si sono progressivamente affermati come nuovi mercati, dall'altro non si sono valutate a pieno le controindicazioni. Oggi le nicchie, come le scarpe da ciclismo, e le attività legate al casual valgono il 40% del fatturato del distretto: sono nate dalla tradizione sportiva, hanno un'anima tecnologica. Per fortuna le eccellenze sono rimaste qui, e molte aziende hanno imparato a diversificare per affrancarsi dalla stagionalità e dalle nuove abitudini, come quella del noleggio degli attrezzi, che hanno cambiato il settore. Quello che è scomparso è un certo saper fare, una risorsa di manodopera che occorre cercare in altre aree d'Italia».

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