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Questo articolo è stato pubblicato il 03 ottobre 2012 alle ore 06:43.

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Mentre il ministero dello Sviluppo rilancia e annuncia che farà il tutto per tutto per l'Alcoa di Portovesme, dopo che Glencore la scorsa settimana si è sfilata dall'elenco dei possibili acquirenti, ieri è stato fatto un passo avanti per la tutela dei lavoratori non dipendenti. Azienda e sindacati hanno infatti raggiunto l'accordo per garantire un reddito agli interinali e ai lavoratori storici degli appalti, con l'erogazione di un indennizzo sociale. Alcoa si è impegnata a versare ai circa 300 lavoratori delle imprese d'appalto quale integrazione della cassa integrazione o di un altro ammortizzatore 1,5 milioni di euro lordi. Questo significa che a ciascun lavoratore andrà un una tantum compresa tra i 5 e i 6mila euro. Per quanto riguarda invece gli interinali, l'intesa sblocca un bonus lordo di 3.600 euro a favore dei 66 lavoratori certificati al 31 maggio 2012. In altre parole circa 300 euro ciascuno per 12 mesi. «Si tratta sicuramente di un atto positivo che darà un minimo di respiro ai lavoratori – commentano Franco Bardi e Rino Barca, di Fiom e Fim –. La vertenza e la mobilitazione però non si fermeranno». «Sul piano del negoziato non è cambiato nulla – spiega Daniela Piras della Uilm –. È stato però messo per iscritto quello che abbiamo chiesto sin dall'inizio per dare un futuro ai lavoratori. Noi ci battiamo per tenere lo stabilimento aperto». La Regione Sardegna si è invece impegnata a chiedere al ministero del Welfare di poter includere negli ammortizzatori sociali tutti i lavoratori che operano nell'ambito delle produzioni industriali di Alcoa.
Il titolare del Mise, Corrado Passera, ieri ha ribadito che il ministero non si arrende su Alcoa: «Bisogna tentare il tutto per tutto prima di buttare la spugna. Per stare su ha avuto bisogno di sussidi importanti, che sono pagati dalle altre imprese e dalle famiglie italiane. Ci è parso utile mantenerli ma se un investitore estero ci chiede un sussidio oltre le regole europee e il buonsenso significa che un'azienda non ha sostenibilità e mercato e allora serve coraggio per dire no e mettere un limite». Il riferimento è chiaramente alla richiesta di Glencore di pagare l'energia 25 euro a Mw/h.
Una richiesta che per i presidenti di Anfia, Assocarta, Assofond, Assomet, Assovetro, Federacciai, Confindustria Ceramica, Unacoma non poteva essere accolta perché insostenibile, ma che, come spiega il presidente di Assocarta Paolo Culicchi, torna a far discutere sul prezzo dell'energia e sul fatto che proprio questo è «il fattore fondamentale per la competitività di tutta l'industria italiana di produzione e trasformazione». Andando oltre la richiesta di Glencore, «a noi servirebbe un prezzo competitivo con i francesi e i tedeschi. Se almeno potessimo pagare l'energia il 20% in meno rispetto ad ora, avremmo già un grande spunto competitivo», sostiene il presidente di Assofond Enrico Frigerio. In linea anche il presidente di Assomet, Mario Bertoli: «I nostri impianti di trasformazione in questo momento usano poca capacità produttiva con migliaia di persone in cassa integrazione, che presto rischiano di diventare disoccupati». «Esistono opportunità importanti in questo momento – aggiunge Massimo Noviello, presidente di Assovetro –. Il Decreto Sviluppo all'art 39 prevede che si faccia qualcosa per ridurre la bolletta dell'energia elettrica alle aziende che la utilizzano in modalità intensiva e che sono sul territorio a garantire l'occupazione. Sfruttiamo questa opportunità in modo tempestivo e incisivo».
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