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Questo articolo è stato pubblicato il 07 dicembre 2012 alle ore 06:43.

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Il centro servizi Vulcano Buono, è più recente. L'inaugurazione è nel 2007, sorge su un'area di 450 mila metri quadrati, è stato progettato dall'architetto Renzo Piano ed è ispirato alla caratteristica forma del Vesuvio. Registra circa 9 milioni di ingressi l'anno ed è oggi il centro servizi più grande d'Italia, con 8.000 posti-auto ed una vasta offerta dedicata ai suoi visitatori: dall'ipermercato all'albergo quattro stelle sempre "sold out" durante la settimana. A completare il tutto, questa immensa distesa di capannoni è stata ricoperta da pellicole di fotovoltaico per realizzare il più grande impianto su tetto d'Europa. Infatti, Enel Green Power sta ultimando le attività di installazione dell'impianto, che sarà in grado di produrre circa 25 megawatt di energia.
La capofila
Il "motore" del distretto è il Cisfi, società presieduta da Gianni Cacace, la cassaforte per intendersi, che continua a prefigurare progetti di sviluppo. Tra i suoi soci, tre principali banche italiane (Mps, Unicredit e Intesa) a conferma dell'interesse di cui godono presso il mondo bancario Interporto Campano ed in generale i programmi di sviluppo promossi dal gruppo.
I nodi
Di fronte a questa storia imprenditoriale fatta di intuizioni e successo costruita giorno per giorno, a dispetto delle crisi economiche cicliche e strutturali come quella attuale che comunque non hanno "trascurato" il distretto di Nola, è evidente come anche la politica e l'establishment tricolore degli ultimi trent'anni si sia misurata con più o meno efficacia. Non può essere considerato dunque un caso se ministri, capi di Stato e di governo, imprenditori, uomini di chiesa e delegazioni da tutto il mondo hanno appuntato nella loro agenda - quasi ogni qual volta sono passati nei dintorni di Napoli - una "visita istituzionale" nella cittadella del terziario avanzato. L'ultimo, a luglio scorso, il ministro Fabrizio Barca, che al termine della visita, dopo aver visitato tutte le dotazioni del distretto, si lasciò andare a un commento tipico di uno studioso e profondo conoscitore del Sud: «Il Mezzogiorno ha punte elevatissime di capacità imprenditoriale: in questo distretto più che speranza ci sono sviluppo e certezza».
Peccato che proprio quello sviluppo e quelle certezze, non certo per responsabilità del ministro Barca e del governo Monti, sono da anni ostacolati dalla palude politico-amministrativa che contraddistingue l'Italia. Il caso più evidente che riguarda il Cis-Interporto-Vulcano buono è connesso ai rapporti del distretto non tanto a mete lontane (dai Paesi del Mediterraneo a quelli della Meddle Europa e dell'Est asiatico), quanto a Napoli, di cui si immagina di aver allungato i confini. Il fatto è che quasi tre anni fa, coerentemente con percorso di sviluppo del distretto e in linea con i programmi di crescita economica e di sostegno all'imprenditoria impostati dagli enti amministrativi territoriali, si immaginò che il porto di Napoli potesse travalicare i confini di via Marina ed estendersi nell'entroterra produttivo di Nola, proprio presso l'Interporto Campano. In pratica, si provò a mettere in pratica l'idea di "porto esteso": la possibilità cioè di allargare l'utilizzo delle "limitate" aree portuali a bordo banchina per la movimentazione di merci e container ai quasi "illimitati" spazi di stoccaggio e distribuzione degli interporti adiacenti. Perno del sistema era un servizio shuttle ferroviario giornaliero, capace di dirottare dalle strade ai binari una quota consistente del traffico merci, a tutto vantaggio della viabilità partenopea. Fu anche firmato un accordo con l'autorità portuale di Napoli, Naples (Naples port logistics extended). Con questa intesa il porto disponeva di una capacità di movimentazione superiore a quella realizzabile anche con nuove strutture e al tempo stesso doveva diventare un tutt'uno con l'Interporto Campano. Si sarebbe aumentata la capacità di movimentazione dei container nel porto, con un aumento del 40-50%, ed eliminato dalla strada migliaia di camion, con notevoli benefici in termini ambientali e di congestione veicolare. L'intesa incassò anche il placet di Confindustria. Poi tutto è rimasto sulla carta. E non certo per volontà dell'Interporto.

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