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Questo articolo è stato pubblicato il 07 maggio 2013 alle ore 15:43.

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L'obiettivo è stato inserito nel business plan presentato nelle scorse settimane: azzerare entro il 2017 i volumi di gas connessi all'estrazione del greggio e bruciati in torcia (gas flaring). Un tema particolarmente significativo in Africa dove Eni è una delle principali oil company in termini di idrocarburi. Il Cane a sei zampe ha così messo sul piatto 4 miliardi di euro di investimenti, nel quadriennio 2012-2015, sull'uso del gas associato alla produzione di idrocarburi in diversi progetti di sviluppo in Africa e non solo per distribuire localmente la maggior parte del metano ottenuto o a inviarlo alle centrali elettriche.

È quello che è accaduto, per esempio, nella Repubblica del Congo, nel campo onshore di M'Boundi. Qui il gruppo guidato da Paolo Scaroni si è impegnato dal 2007 per trasformarlo in un hub energetico sostenibile per il Paese, riducendo al minimo la pratica del gas flaring attraverso un programma di costruzione e riabilitazione di centrali e delle reti di distribuzione. In particolare, il progetto – che ha richiesto un investimento complessivo pari a 962 milioni di euro – ha previsto la costruzione della Centrale electrique du Congo (300 megaWatt, completata nel novembre 2010), il rinnovo dell'impianto di Djeno (per un totale di 50 mW, a pieno regime dal 2009) e la riabilitazione della rete elettrica nazionale per la distribuzione di elettricità nel Paese.

Stessa filosofia anche in Nigeria che è il secondo paese al mondo per gas flared (il 10% del totale). Naoc, la consociata dell'Eni, e il governo federale nigeriano hanno siglato il Gas master plan che mira a eliminare progressivamente il problema e comprende diversi tasselli. A cominciare dalla fornitura di elettricità e gas naturale tramite l'Independent power project, il secondo progetto di flaring down al mondo per dimensioni: 2,9 terawattora forniti alla Power holding company of Nigeria dalla Okpai indipendent power plant, la centrale partecipata da Eni (20%), Nigerian national petroleum ceompany (60%) e Conoco Philips (20%) e inaugurata nel 2005 con un capacità installata di 480 megaWatt, sufficiente a coprire il fabbisogno di circa 10 milioni di utenti. Il gruppo di San Donato Milanese ha poi assicurato energia elettrica alle comunità con reti collegate ai propri impianti industriali e specifici sistemi off-grid (autonomi) a integrazione degli allacci alla rete realizzati. Finora i volumi di gas inviati a flaring in Nigeria si sono ridotti dell'11% tra il 2010 e il 2012. E presto il modello sarà replicato anche in altri paesi africani: Mozambico, Ghana, Togo e Angola.

La sostenibilità è poi alla base della strategia adottata da Snam, appena passata da Eni sotto Cdp, per i ripristini ambientali. Il fine? Riportare il terreno nelle condizioni originali laddove si proceda allo sviluppo della rete dei gasdotti. Nel 2011, la società ha investito 93 milioni di euro a fronte di una spesa ambientale complessiva di 113 milioni. Nel 2012 l'investimento è salito a 123 milioni di euro. Il processo è complesso e interviene anche prima della posa del tubo, sia in fase di progettazione, con la scelta del tracciato meno invasivo, che in quella di costruzione, privilegiando le tecnologie e le procedure che riducono le interferenze con l'ambiente circostante. Com'è accaduto per la realizzazione del metanodotto Bronte-Montalbano Elicona, in Sicilia, che attraversa per 15 km il parco dei Nebrodi. Lì Snam, in raccordo con l'ente Parco, il Corpo forestale dello Stato e le istituzioni locali, ha proceduto al ripristino del terreno e della vegetazione su tutta la linea una volta posata e rinterrata la condotta.

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