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Questo articolo è stato pubblicato il 10 maggio 2013 alle ore 17:12.
L'ultima modifica è del 10 maggio 2013 alle ore 06:46.

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La Compagnia Messina, armatore della Jolly Nero, accusa i rimorchiatori per l'incidente avvenuto in porto a Genova. "Non riusciamo ad accettare che i due rimorchiatori, anche ammesso che la macchina della nave fosse ferma, non siano stati in grado di tenere una nave di medie dimensioni come la Jolly Nero". (ANSA)

GENOVA - «Una nave da una poppata e la torre crolla? Sono imbufalito. Devono darmi una spiegazione plausibile. Ma la torre era di cartapesta o di cemento armato? Fa parte delle regole che una nave in manovra possa urtare contro le banchine o le bitte d'ormeggio».

Oreste Bozzo ha i capelli bianchi e la voce squillante di un cadetto: pilota, vicepilota e capopilota a Genova con 26mila manovre scolpite una a una nella sua memoria di settantunenne che ha passato oltre la metà della vita in questo maledetto imbuto stretto tra gli appennini e il mare. Si entra e si esce solo a Levante dal porto di Genova, con manovre in retromarcia a 3 nodi di velocità lungo il canale di Sampierdarena - come quella compiuta dal Jolly Nero - che possono durare anche un'ora.

Bozzo ragiona a voce alta: «È da una vita che diciamo di ripulire l'uscita di Ponente e liberarla dalla sabbia. Sarebbe tutto più razionale e non obbligherebbe le navi a uscire in retromarcia. Niente da fare. Se avesse marciato nella direzione opposta, la Jolly Nero avrebbe dimezzato i tempi. E procedendo in direzione normale». Tre giorni dopo la tragedia che si è consumata al molo Giano, un nome che è una profezia, è come se un pezzettino alla volta il mare che bagna Genova stesse riconsegnando tutte le omissioni, le sviste e le scelte accomodanti stratificate negli ultimi trent'anni. La torre dei piloti è sul banco degli imputati. Il padre del progetto è l'ingegner Fabio Capocaccia, commissario straordinario del porto tra la fine degli anni 80 e l'inizio degli anni '90, e poi segretario generale con la presidenza dell'avvocato Giuliano Gallanti. È Capocaccia che recupera 4 miliardi di fondi comunitari, lui che individua l'area «a filo d'acqua» sulla quale piantare la nuova avveniristica struttura.

«Un luogo totalmente sbagliato», polemizza Bruno Ballerini, ingegnere capo del porto fino all'84 e poi libero professionista al quale la società che vince l'appalto della torre piloti affida il compito di elaborare i calcoli per la struttura di cemento armato. Racconta: «Quando mi dissero che la torre sarebbe sorta in quel punto non ci volevo credere: ma com'è possibile, mi chiedevo? C'erano aree più idonee e soprattutto meglio attrezzate. La torre invece è in mezzo al nulla: stretta tra la sede della Guardia di Finanza, le ditte di riparazioni navali e il mare. L'accesso poi è un budello all'interno del quale era impossibile persino parcheggiare le automobili».

Ballerini è uno strutturista che non perde la calma neppure quando gli si obietta che lo stelo di cemento armato avrebbe dovuto resistere all'urto della Jolly Nero: «Una nave che viaggia a 3 nodi, come succede quando manovra all'interno del porto, genera un'energia di 5mila tonnellate per metro. La portacontainer dei Messina si è abbattuta sulla torre con la stessa potenza di una piccola bomba atomica».

Ballerini redige la prima bozza del piano regolatore del porto. Sono i tempi del Consorzio unico, una gestione monopolista e iperpoliticizzata. Il progettista calca la mano: «Quella torre è un monumento di regime». Lui se ne va sbattendo la porta: «La tecnostruttura dello scalo genovese mi faceva orrore: troppe decisioni volutamente pasticciate per regalare le aree più succose agli amici degli amici».

Tutto l'iter della torre segue le tappe delle opere pubbliche. Prima c'è il progetto redatto dai tecnici del porto, poi l'approvazione del Consiglio superiore dei lavori pubblici. Infine, il via libera della Sovrintendenza e il collaudo affidato a Giorgio Mozzo, attuale vicepresidente dell'ordine degli ingegneri di Genova. Che ricorda: «Era un'opera molto attesa. Se qualcuno aveva qualcosa da dire, sicuramente non ha proferito verbo. Ricordo che non ci furono obiezioni di alcun tipo. Anzi, tutti contavano i giorni che mancavano all'inaugurazione, attrattati dal suo valore architettonico».

Ballerini non è l'unico bastian contrario: pure i piloti vanno con la memoria indietro nel tempo e ricordano di aver assistito a decine di evoluzioni delle grandi navi container che sfioravano di dieci o venti metri la torre di controllo. Racconta Bozzo: «A me è capitato spesso: ogni manovra è una storia a sé. I marinai inglesi, che sono un po' l'aristocrazia di questo mestiere, dicono: in mare è tutta questione di un pollice». In un bacino di cinquecento metri di diametro si muovono colossi lunghi anche 340 metri scortati, come la Jolly Nero, da due rimorchiatori. Rimane un margine di nemmeno cento metri. Poco meno di un pollice, l'equivalente di 2,54 centimetri. Nove uomini di mare inghiottiti nel nulla per colpa di un pollice: l'unità che misura l'incapacità degli italiani di prevenire un evento potenzialmente mortale.

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