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Questo articolo è stato pubblicato il 30 maggio 2013 alle ore 06:45.

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MILANO - La novità è soprattutto geografica. La corsa dei fallimenti, arrivata al nuovo record storico di 3.582 unità nel primo trimestre e quasi raddoppiata a quota 6.350 a fine maggio, si concentra infatti a Nord, nella parte manifatturiera del Paese. Dove i tassi di crescita delle chiusure sono quasi ovunque a doppia cifra, peggiorando o addirittura invertendo drasticamente il trend precedente. Nel Nord-Est, ad esempio, i default balzano del 24,4%, un tasso sei volte maggiore rispetto al 2012, mentre in Veneto si passa da un confortante -5,9% dello scorso anno ad un drammatico +22,6% tra gennaio e marzo.

Situazione ancora peggiore in Lombardia ed Emilia-Romagna, a testimonianza della gravità della crisi che colpisce il nostro apparato produttivo, dove nemmeno la tenuta dell'export è sufficiente a mantenere livelli di attività adeguati per le imprese. «Il Nord è il motore del Paese – spiega il presidente di Confindustria Veneto, Roberto Zuccato – ed è per questo che la crisi di quest'area genera un allarme maggiore, come ha ricordato il presidente Squinzi. Qui in Veneto soffrono in particolare terzisti e Pmi, in grande difficoltà nel trovare sbocchi diretti nei mercati più remoti. Lì si vince solo con prodotti a valore aggiunto, con qualcosa di speciale e innovativo. Ma è chiaro che la ridotta dimensione delle imprese in questa fase aggrava gli effetti della recessione, proprio perché limita le potenzialità sia nella ricerca che nella distribuzione». La chiusura di attività registrata nei numeri di Cerved Group è in fondo la "logica" conseguenza degli altri dati che raccontano la gravità di questa recessione, come ad esempio i 19 cali consecutivi mensili per la produzione industriale oppure i 56 miliardi di ricavi persi dalla nostra manifattura nel biennio 2012-2013. Shock difficili da assorbire, soprattutto perché arrivano dopo la grave crisi del 2009, che già aveva messo a dura prova la tenuta delle imprese.

Riduzione di attività che si traduce nei primi tre mesi del 2013 in un deciso aumento dei default registrati da Cerved Group, saliti in media del 12,2% rispetto allo scorso anno con una accelerazione del 16% se si allarga lo sguardo fino a maggio, ma che si concretizza più in generale nella liquidazione di 19mila aziende in bonis, senza procedure concorsuali, dato in crescita del 5,8% rispetto allo stesso periodo del 2012. Anche in questo caso, anche per le aziende che volontariamente decidono di cessare la propria attività, i tassi più alti di crescita sono per Nord Est e Nord Ovest, con un aumento che sfiora il 10%, dunque quasi doppio rispetto alla media nazionale.

Altro dato significativo è l'aumento dei concordati preventivi, quasi raddoppiati nel primo trimestre soprattutto per la spinta della modalità "in bianco" (possibile dallo scorso settembre), cioè senza un piano dettagliato di risanamento. Tra gennaio e marzo le istanze presentate, quasi tutte utilizzando questa possibilità, sono state ben 1.300, già oltre l'intero ammontare dei decreti emessi nel 2012 (si veda altro articolo).

Nel Nord del Paese, tuttavia, non c'è oggi solo un problema di chiusure, concordati o fallimenti ma si avverte anche una difficoltà crescente nel creare nuove attività imprenditoriali. Così, se il saldo della nati-mortalità delle imprese per il primo trimestre indica per l'intero paese un saldo negativo pari allo 0,51% dello stock esistente, per tutte le regioni del Nord ad eccezione della Lombardia (-0,28%) il bilancio è sistematicamente peggiore: dal -0,66% del Veneto, al calo che sfiora il punto percentuale per Emilia-Romagna, Friuli Venezia-Giulia e Veneto. Numeri negativi che portano ben sei province delle regioni settentrionali agli ultimi dieci posti in Italia per bilancio di nati-mortalità, con lo stock di aziende localizzate a Vercelli, Imperia, Aosta, Parma, Piacenza e Sondrio in calo di oltre un punto percentuale.

© RIPRODUZIONE RISERVATA Dati relativi al primo trimestre 2013

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