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Questo articolo è stato pubblicato il 14 settembre 2013 alle ore 08:41.

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MILANO
Economia ancora nel tunnel della crisi e sempre più aziende con una febbre da cavallo. Ieri i fallimenti hanno sfondato la soglia psicologica di quota 10mila. Oltre 44 aziende al giorno. Un anno fa nei primi 225 giorni le dichiarazioni di default, rilevate dall'osservatorio di Cerved Group, erano "appena" 8.728 e quota 10mila si raggiunse solo il 20 ottobre. Oltre due mesi dopo.
Insomma la crescita delle procedure fallimentari continua a galoppare, +14,8%, nonostante l'attenuarsi della crisi. Probabilmente i fallimenti caleranno solo dopo che la ripresa si sarà consolidata. «Lo scartamento temporale è di 6-7 mesi», precisa Roberto Fontana, giudice della sezione fallimentare del tribunale di Milano.
Il dato di Cerved Group non è una sorpresa, dato il quadro macro economico difficile: a luglio la produzione industriale è tornata a scendere anche su base congiunturale e con una pesantezza tale (-1,1%) da dover risalire a giugno 2012 per trovare un dato peggiore. Ma anche il calo dei prestiti (-4,1% a luglio) e l'aumento delle sofferenze bancarie (+22,9% il tasso di crescita) danno il segno delle enormi difficoltà in cui si dibattono le imprese.
Intanto, nella prima metà del 2013, Cerved rileva che la crisi non ha risparmiato nessun comparto: i default hanno superato abbondantemente quota 7mila, +12,3%, un nuovo record. Il fatturato perso è stratosferico: 10,2 miliardi. Ma se si comprendono anche le liquidazioni e le altre procedure le società salgono a 28mila e «in base ai nostri calcoli – commenta Gianandrea De Bernardis, amministratore delegato di Cerved Group – l'economia italiana ha perso quasi 45 miliardi di euro di fatturato».
«È un anno terribile – interviene Roberto Fontana – e non notiamo nessun rallentamento. Nel 2013 dovremmo superare i 1.200 fallimenti e i 400 pre-concordati (o concordati in bianco ndr). Si tratta per lo più di Pmi, ma, per esempio, la Franco Tosi, in procedura straordinaria, è una grande azienda».
E lo stato di salute delle aziende? «Purtroppo – risponde Fontana – le società che inoltrano istanza di fallimento non hanno uno straccio di attivo: chi vanta qualcosa sceglie la strada del pre-concordato pur di salvarsi, ma di queste solo il 50% procede e poi, realmente, solo un terzo va avanti senza revoche successive».
Diversamente dagli anni precedenti, in cui la crescita dei fallimenti riguardava quasi esclusivamente le società di capitale, nella prima parte del 2013 i default sono aumentati con tassi a due cifre in tutte le forme giuridiche: +12,2% per le società di capitale, +12,4% per le società di persone e +13,1% per le altre forme giuridiche.
Tra le chiusure monitorate dall'osservatorio, l'incremento maggiore ha riguardato tuttavia le procedure di insolvenza diverse dai fallimenti: +34% nel secondo trimestre e +31% nel primo semestre. «All'origine di questo dato così elevato – aggiunge De Bernardis – vi è l'introduzione del concordato in bianco: il boom di queste domande – circa 2.500 nel semestre – ha determinato un forte aumento anche dei concordati "tradizionali" (comprensivi cioè di un piano di risanamento), che nel semestre sono cresciuti a un ritmo dell'87% rispetto allo stesso periodo del 2012».
Dal punto di vista settoriale, il fenomeno dei fallimenti è cresciuto ovunque con tassi a due cifre: +13,3% nei servizi, +11,3% nell'edilizia e +10% nella manifattura. L'edilizia però rimane il comparto con la maggiore incidenza del fenomeno: l'exit ratio (il rapporto tra il numero di chiusure di società di capitale e il numero di società operative con attivo patrimoniale maggiore di zero) si è attestato al 3% tra le imprese che operano nelle costruzioni, contro percentuali del 2,8 nell'industria e del 2,6 nei servizi.
E il territorio? L'accelerazione dei fallimenti non ha risparmiato nessuna area del Paese: il fenomeno è cresciuto con tassi del 19,5% nel Nord est – che pure aveva beneficiato di un miglioramento - dell'11,2% nel Centro e del 10,6% nel Nord ovest e nel Mezzogiorno.
@scarci
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