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Questo articolo è stato pubblicato il 25 settembre 2013 alle ore 06:59.

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BOLOGNA
C'è sempre più export nei conti delle industrie ceramiche e non solo per la stagnazione della domanda interna o il tracollo dell'edilizia. A strozzare ulteriormente il settore e ad allontanare dal mercato domestico non solo le nostre imprese ma anche quelle straniere sono i mancati o tardivi pagamenti che si combinano in un circolo vizioso con la crisi del credito lungo la filiera. È questo il sentiment che si raccoglie girando tra gli stand bolognesi della 31esima edizione di Cersaie, il Salone internazionale della ceramica e dell'arredobagno che da lunedì sta raccogliendo nella fiera emiliana il gotha mondiale delle piastrelle.
«L'Italia non è ancora un bacino affidabile», dice Andrea Gargioni, export manager di Future Ceramic, sede in Arabia Saudita, 400 dipendenti. Una bocciatura. Ma l'opinione è condivisa dagli stessi produttori italiani – i due terzi degli 898 espositori – che tra i padiglioni gremiti di Cersaie fiutano la ripresa. Ma la salvezza, per ora, la cercano all'estero, inseguendo una domanda in crescita di made in Italy di qualità che compensa il vero e proprio crollo sul mercato domestico, dove l'unico fattore competitivo oggi sembra essere il prezzo.
«L'aumento vertiginoso degli insoluti ha fatto saltare per aria anche distributori storici», conferma Sabrina Giacchetti, marketing manager della milanese Altaeco, 40 milioni di fatturato, 350 dipendenti, quattro brand, due di alta gamma, l'unica fascia che tiene le posizioni anche sul mercato domestico. «I prodotti tradizionali sono più in difficoltà – spiega Giacchetti – mentre la nostra produzione è ormai destinata sempre di più alle esportazioni, a partire dai Paesi emergenti come Brasile e India». Altaeco vende oltreconfine il 60% della propria produzione, ma la media dell'industria ceramica ha ormai superato l'80 per cento.
Ed è fuori dall'Europa, a partire dall'Estremo Oriente che si aprono gli spazi commerciali più promettenti. «Il fatto è – commenta Romano Bertacchini, presidente di Orchidea Gardenia, 350 dipendenti a Spezzano, nel Modenese, il distretto emiliano delle piastrelle – che il mercato italiano è completamente fermo. C'è il problema della crisi del settore delle costruzioni che si lega a quello del credito. Lungo la filiera i pagamenti tardano notevolmente o addirittura non vengono onorati. Lavoriamo già per il 70% con l'estero e spingiamo sempre di più sulla leva della qualità anche nella selezione della clientela». Cosa che non ferma un piano di ristrutturazione con il ricorso alla cassa integrazione per un centinaio di dipendenti, cartina di tornasole di una situazione di difficoltà solo alleviata dalla ripresa oltreconfine.
Buone prospettive si intravedono in mercati lontani come la Cambogia, il Laos, il Vietnam. Poi sale l'Australia. Mentre gli Stati Uniti, praticamente archiviata la recessione, sono già tornati a essere un bacino strategico.
E iniziano a riaffacciarsi da protagonisti anche i bacini maturi dell'Europa. «In Italia negli ultimi quattro anni abbiamo assistito a un crollo che sfiora il 40%», dice Mario Fumagalli, presidente di Ce.Si., sede a Sirone, in provincia di Lecco. «Invece adesso anche la domanda francese – prosegue - ha ricominciato a camminare a passo spedito. Lavorare oltreconfine, però, non è affatto facile, neppure in Europa, se non si hanno i distributori giusti».
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IL SETTORE
267
Le industrie
Sono 267 le industrie di piastrelle di ceramica, ceramica sanitaria, stoviglie e materiali refrattari attive nel 2012, che occupano 36.001 addetti e che hanno fatturato 6,60 miliardi di euro complessivi, grazie a vendite oltre confine per l'79 per cento

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