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Questo articolo è stato pubblicato il 30 ottobre 2013 alle ore 07:57.

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Il 51% delle aziende italiane risulta estraneo all'adozione di buone pratiche per l'organizzazione del lavoro. È quanto emerge da un recente studio Eurofond, organismo dell'Ue impegnato per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei Paesi dell'Unione. Alcuni dati dello studio sono stati divulgati oggi a Genova dalla Uiltucs (l'associazione di categoria dei lavoratori di turismo commercio e servizi), nel corso del convegno "La cooperazione nel terziario: distintività, etica d'impresa e contrattazione", al quale hanno preso parte Paolo Andreani, segretario nazionale di Uiltucs, Maurizio Fasce, responsabile risorse umane di Coop Liguria, Michele Faioli docente di diritto del lavoro all'università Tor Vergata di Roma e Riccardo Serri, segretario regionale ligure di Uiltucs.

Lo studio Eurofond, condotto su 27mila aziende europee fra industrie e servizi, attesta che tra i 15 Paesi messi in classifica secondo la maggiore presenza di buone pratiche nell'organizzazione del lavoro, l'Italia risulta al 12° posto, davanti solo a Turchia, Malta e Grecia. E preceduta perfino da Mecedonia (7°), Polonia (10°) e Lettonia (11°), oltre che da nazioni quali la Finlandia, al primo posto, con solo il 7% di aziende che non applicano alcuna buona pratica, la Germania, al 5° posto col 24%; il Regno Unito all'8° col 27% e la Francia al 9° col 28%. Insomma, l'Italia fa tutt'altro che una bella figura col suo 51%.
A fronte di questa situazione, Uiltucs ritiene che il Paese "abbia bisogno – ha detto Serri - di un modello di relazioni industriali riformista e partecipativo, anche al fine di calmierare i costi della conflittualità. Questo modello, nei nostri settori, può passare attraverso la bilateralità attiva, con servizi ai lavoratori e alle imprese e un welfare contrattuale efficiente (previdenza e assistenza integrativa), da esplicitarsi non solo nella contrattazione nazionale ma anche in quella territoriale o aziendale".

In tema di contratto, peraltro, i sindacati del commercio sono alle prese con la decisione di Federdistribuzione (che raggruppa la maggior parte delle aziende della Gdo, escluse le cooperative) di uscire da Confcommercio, dando disdetta al contratto nazionale di lavoro. Questo ha spinto, per la prima volta, Uiltucs, Filcams- Cgil e Fisascat-Cisl a presentare a tutte le controparti (Confcommercio, Confesercenti, Federdistribuzione, Distribuzione cooperativa) una piattaforma contrattale unica per discutere i rinnovi dei Ccnl. Federdistribuzione, però, ha risposto no, spiegando che "la scomposizione della rappresentanza tra associazioni datoriali non costituisce elemento di criticità ma fattore positivo". Una posizione che non piace affatto ai sindacati.

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