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Questo articolo è stato pubblicato il 11 novembre 2013 alle ore 08:50.

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Se anche la Foxconn, il più grande produttore taiwanese in Cina di componenti elettronici, sceglie di guardare sempre meno a Pechino e sempre più al Messico quando si tratta di espandere la propria capacità produttiva, allora vuol dire che il fenomeno è in decisa espansione. I grandi think tank a stelle e strisce, come Merrill Lynch o Boston consulting group, hanno cominciato un anno fa a indicare nel Messico la nuova meta alternativa alla Cina dove andare a produrre pensando agli Stati Uniti. Ora al coro si è unito anche il centro di ricerca britannico Euromonitor. Per aggiungere un tassello ulteriore alla partita: il Messico può diventare una nuova Cina per tutti, non solo per chi punta al mercato Usa.

Lo scorso giugno, a San José Iturbide, il gruppo Ferrero ha inaugurato uno stabilimento da 200 milioni di dollari, con una capacità produttiva annuale di 35mila tonnellate. Pochi giorni dopo la multinazionale alimentare Mondeléz ha annunciato di voler realizzare nello Stato del Nuovo Leon la più grande fabbrica al mondo per la produzione di biscotti. Mondeléz è nata l'anno scorso dalla scissione delle attività di Kraft Foods ed è proprietaria di marchi come Ritz e Milka.

La danese Lego ha dato il via all'espansione dei suoi stabilimenti di Monterrey: il nuovo impianto entrerà in funzione nel 2014 e darà lavoro a mille addetti. Ultima in ordine di annuncio la Nestlé, già presente nel Paese, che costruirà a Ocotlán un impianto specializzato nei prodotti per la prima infanzia, con un investimento di circa 700 milioni di dollari. Se a tutto questo si aggiunge l'elenco ormai consolidato delle imprese dell'automotive, che hanno individuato nel Paese uno degli hub più strategici del settore, i presupposti ci sono tutti per considerare il Messico la nuova destinazione emergente della delocalizzazione.

Carrie Lennard, analista di Euromonitor, lo ha scritto a chiare lettere: «Nel campo dei beni di largo consumo le imprese stanno realizzando stabilimenti in Messico con l'obiettivo di riesportare i prodotti in tutto il mondo, e non solo negli Stati Uniti o in America Latina. Esiste un trend vero e proprio, di aziende che prima producevano in Cina e che ora trasferiscono la produzione in America Latina perché qui i salari sono competitivi e crescono meno che a Pechino». Non solo: a Città del Messico sono addirittura più bassi che a Pechino. Lo ha certificato lo scorso aprile uno studio di Bank of America: gli stipendi in Messico oggi sono il 20% più bassi che in Cina. Solo dieci anni fa, erano tre volte più alti.

E non è solo una questione di crescita più lenta, «è anche un fatto di produttività – prosegue Lennard –: calcolando quest'ultima come la quantità di Pil procapite per persona occupata, si ha un valore di 23.202 dollari in Messico, contro i 3.152 del Vietnam e i 4.443 dell'India». Significa che il Messico può competere non solo con la Cina, ma anche con le mete emergenti asiatiche della delocalizzazione. I salari messicani inoltre, ricordano alla Bank of America, come percentuale dell'output sono più bassi che in Indonesia, nelle Filippine, in Thailandia, in Ungheria, in Polonia e in Brasile.

Tra gli atout messicani, naturalmente, c'è la vicinanza e il legame commerciale (grazie all'accordo commerciale Nafta) con gli Usa, ovvero l'unico Paese occidentale ad aver assistito a una ripresa dell'economia e dei consumi; ma ci sono anche i 44 accordi di libero scambio stretti con mezzo mondo, Ue inclusa. Infine, ma non meno importante, «c'è il fattore professionalità della forza lavoro – ricorda Lennard –, che in Messico si sta alzando sensibilmente: per esempio, il numero dei laureati in ingegneria e altre materie legate alla produzione è passato dai 67mila del 2007 ai 114mila del 2012».

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