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Questo articolo è stato pubblicato il 06 marzo 2014 alle ore 15:09.
L'ultima modifica è del 06 marzo 2014 alle ore 18:37.

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Manuela KronManuela Kron

Tra coltura e cultura il confine è labile. Perché fare agricoltura va oltre la capacità di coltivare la terra. E richiede idee, innovazione, piglio manageriale. In una parola, conoscenza. Soprattutto per il made in Italy agroalimentare, che con i suoi 53 miliardi di giro d'affari e 851mila occupati vale ormai più della moda, ma sui mercati deve fare i conti con una concorrenza sempre più accesa e con il fenomeno crescente della contraffazione. In questa cornice si inserisce uno studio curato da La Sapienza Università di Roma, promosso e finanziato dal Gruppo Nestlé in Italia, che consente di «misurare la reputazione di qualsiasi produzione agricola e alimento». Uno strumento scientifico innovativo – denominato «Food reputation map» (Frm) – messo a punto quasi un anno fa dai ricercatori dell'Ateneo e presentato ufficialmente oggi nell'ambito di un convegno alla Camera di commercio capitolina.

Kron: saper vendere meglio i nostri prodotti
L'obiettivo è «saper vendere al meglio i nostri prodotti», ha semplificato Manuela Kron, direttore Corporate Affairs del Gruppo agroalimentare in Italia. Spiegando di aver sostenuto il progetto di ricerca dell'Università, «perché essenzialmente racchiude due elementi chiave per la vita e il futuro della nostra azienda: i giovani e l'agricoltura. Da anni, come Gruppo, guardiamo infatti ai giovani con la massima attenzione ed è recente la nascita del progetto europeo "Nestlé needs YOUth" che offrirà 20mila nuove opportunità ai ragazzi sotto i 30 anni, di cui 1.000 in Italia». L'agricoltura è «settore per noi strategico – ha aggiunto Kron – dal quale provengono le materie prime necessarie per le nostre produzioni. Speriamo che questo strumento possa contribuire a migliorare l'efficienza e la competitività del settore agricolo italiano dal quale, tengo a ricordare, attualmente acquistiamo materie prime per un valore complessivo di circa 100 milioni di euro l'anno».

L'etichetta «Made in Italy» per dare valore aggiunto ai prodotti
D'altra parte, «in un Paese a forte vocazione agricola come l'Italia, uno strumento che permette di misurare concretamente e in maniera scientifica la reputazione di un prodotto alimentare può rivelarsi un'importante leva strategica, sia per migliorare la percezione sul mercato interno, sia per conferire una maggiore attrattività e competitività al brand "Made in Italy" quando il prodotto è messo a confronto con altri similari provenienti dall'estero».
«La scelta del cibo che mangiamo quotidianamente non è solo una questione di gusto o di prezzo – ha spiegato Marino Bonaiuto, professore ordinario alla Sapienza – Il preferire già al momento dell'acquisto un alimento, piuttosto che un altro, dipende da una molteplicità di fattori che, più o meno inconsciamente, condizionano la nostra decisione e, di conseguenza, le nostre scelte e abitudini nutrizionali». Evidenziando che è sufficiente aggiungere l'etichetta «Made in Italy» per dare un valore aggiunto ai prodotti alimentari. Posto che «la qualità – ha sottolineato Paolo De Castro, presidente della commissione Agricoltura del Parlamento europeo – è una condizione necessaria, ma non più sufficiente: serve maggiore competitività e capacità di vincere sui mercati».

Mario Guidi: supportare l'orientamento alla crescita e alla ricerca
Certo, ha osservato il presidente di Confagricoltura, Mario Guidi, «alcuni indicatori positivi dell'agroalimentare dimostrano una rinnovata attenzione alle esigenze di competitività e di riassetto di un settore che sta trovando una positiva occasione di rilancio, anche sui nuovi mercati. Ma le politiche devono seguire e valorizzare il flusso che sta portando i giovani a orientare le loro attività economiche in agricoltura, supportando il rinnovo generazionale e l'orientamento alla crescita e alla ricerca, affinché si affermi una cultura dell'innovazione in agricoltura che sappia coniugare davvero tradizione e modernità».

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