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Questo articolo è stato pubblicato il 17 settembre 2014 alle ore 06:37.

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Gentile Direttore,
una delle tematiche che saranno al centro del dibattito durante il semestre di Presidenza italiana dell'Unione Europea è quello relativo all'etichettatura obbligatoria di origine sui beni non alimentari prodotti in Europa o importati da Paesi extra Ue.
Si tratta di uno dei pochi argomenti su cui in Italia si registra un consenso praticamente universale, a riprova del fatto che tutti comprendono quanto alta sia la posta in palio per la nostra industria.
Fondazione Altagamma, che riunisce imprese leader nella moda, nella design, nell'alimentare e in tanti altri settori, è l'unica organizzazione italiana a far parte della European Origin Marking Alliance e sostiene il diritto del consumatore ad una informazione corretta sull'origine del prodotto.
Nell'ambito del mercato dell'alto di gamma, questo diritto è reclamato a chiara voce dagli stessi consumatori: secondo i nostri studi l'80% di essi guarda all'origine dei prodotti per valutarne la qualità ed il Made in Italy risulta in testa alle classifiche di preferenza nella quasi totalità delle categorie di prodotti per la persona.
È chiaro che l'introduzione dell'etichettatura obbligatoria sarebbe accolta favorevolmente da tutta l'industria dell'eccellenza italiana.
Tuttavia è inutile nascondere che, con ogni probabilità, l'opposizione all'introduzione della norma da parte della maggioranza dei Paesi dell'Unione Europea avrà la meglio.
Ebbene, per quanto paradossale possa sembrare, credo che da questa eventualità l'industria italiana avrà più da guadagnare che da perdere.
L'obbligo di indicare l'origine di un prodotto metterebbe formalmente sullo stesso piano tutti i Paesi produttori, sia quelli che dalla denominazione di origine possono ricavare un vantaggio competitivo, sia quelli che non ne ricavano alcuno.
Con l'etichettatura facoltativa, invece, chi non riporta l'origine dei prodotti mostra infatti di avere qualcosa da nascondere: la differenza tra questi e coloro che invece scelgono di comunicare in modo trasparente la provenienza sarà così molto più marcata rispetto ad una comunicazione obbligatoria.
Certo, ed è qui che gli italiani potranno costruire il loro vantaggio competitivo, si tratterà di rendere più attraente il nostro "Made in Italy", facendo di questa formula un elemento di trasparenza e di eccellenza.
Trasparenza è la prima parola chiave: chi non fa autentico "Made in Italy" non potrà millantare questo elemento o rischierebbe l'accusa di frode in commercio.
Eccellenza è la seconda parola chiave: sta ad indicare quella superiorità assoluta senza la quale gli italiani non potrebbero competere nell'economia globale.
Esistono ancora in Italia troppe imprese che giocano la loro partita sul piano della competizione di prezzo: considerando le dimensioni medio-piccole delle aziende e i costi di lavoro, energia, logistica che devono sostenere gli imprenditori italiani, si tratta di una strategia destinata a perdere di fronte ad aziende internazionali che possono contare su dimensioni maggiori e sulle più favorevoli condizioni strutturali garantite dai loro Paesi di origine.
È puntando sul "valore" che possiamo sostenere una competizione globale. E il valore può essere generato sia dalla qualità intrinseca del prodotto, sia dagli elementi intangibili del marchio e dalla narrazione che li accompagna. Una narrazione che trova nell'italianità un comune denominatore capace di conferire al brand quel decisivo vantaggio competitivo.
Lo «Stile di Vita Italiano», che la formula "Made in Italy" in qualche modo richiama, è un modello unico e irripetibile, paragonabile in termini di notorietà e di efficacia comunicativa probabilmente solo all'«American Dream».
In questo modo, alla valorizzazione del "Made in Italy" possono contribuire tutti, aziende grandi e piccole, con prodotti di lusso o con beni meno esclusivi, a patto di valorizzare il proprio heritage – parola che racchiude le radici, la cultura, i valori e il saper fare - nella comunicazione di marca.
Se a tutto questo si aggiungesse una campagna nazionale per la valorizzazione della bellezza dell'Italia si creerebbe una cassa di risonanza capace di amplificare i messaggi dei singoli.
Nascerebbe spontaneamente una sorta di concorso per il "Made in Italy" più bello. È una proposta che lancio anche come co-fondatore della "Fondazione Italia Patria della Bellezza" voluta da Maurizio di Robilant.
Faire savoir du savoir faire, dicono i francesi. «Far sapere il saper fare degli italiani», ecco cosa deve diventare il "Made in Italy". Perché se i francesi sono i maestri del far sapere, noi siamo i maestri del saper fare.
L'industria italiana di eccellenza si sostiene sia con la tutela che con la promozione: se la scontata bocciatura del "Made In" obbligatorio aprirà una breccia nella difesa per il tramite di leggi e regolamenti, ci fornirà nel contempo un fortissimo stimolo a giocare in attacco, imparando a comunicare e quindi a valorizzare tutto il bello che il mondo ci invidia.
Presidente Fondazione Altagamma
© RIPRODUZIONE RISERVATA
di Andrea Illy

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