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a cura di Luca Salvioli | 16 aprile 2014

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La Sardegna rinuncia al suo metano

La Regione Sardegna ha deciso di rinunciare al suo metano conservato in miliardi di metri cubi nelle profondità dell'isola, e alle royalty succose, e preferisce continuare a importare il Gpl petrolifero sul cui mercato ha voluto indagare l'Antitrust.
Il 9 settembre su carta intestata della Regione autonoma, sotto la scritta Assessoradu de sa defensa de s'ambiente, il servizio Sostenibilità ambientale e valutazione degli impatti (Savi) ha respinto la richiesta della Saras di scavare un pozzo alla ricerca di metano.

«Si comunica l'improcedibilità della procedura in esame, disponendone, al contempo l'archiviazione», letterale virgole comprese. Non si saprà mai se l'impatto ambientale del pozzo di prova è considerevole o minimo, se il giacimento è generoso come sembra. La richiesta è stata respinta al mittente senza alcun esame perché contrasta con il piano regolatore, «non conformità con le norme vigenti (Ppr-Puc)».
Asciutto il comunicato della Saras: «Prendiamo atto della decisione del Savi, che non intacca l'impegno profuso finora».
La Sardegna non usa metano perché non ha alcun collegamento con i gasdotti nazionali. Le imprese e le famiglie bruciano derivati del petrolio importati via nave, come Gpl in bombola o aria propanata.
In provincia d'Oristano, sotto Arborea – una piana paludosa bonificata dal fascismo e trasformata in una scacchiera di fondi coltivati – i geologi hanno intravisto miliardi di metri cubi di metano di ottima qualità, privo di sostanze pericolose. Quel metano cui finora la Sardegna è stata costretta a rinunciare.

La Saras della famiglia Moratti, con sede legale a Cagliari e sede operativa a Milano, la cui raffineria di Sarròch è la più colossale del Mediterraneo, studiava la geologia sarda alla ricerca di aree geotermiche da cui ricavare energia rinnovabile. S'imbatté nelle tracce di giacimenti di dimensioni non misurabili uno dei quali, il giacimento Eleonora, prometteva da solo 3 miliardi di metri cubi di gas. Decise di diversificare dalla sola raffinazione del greggio importato e di diventare, in piccolo, una compagnia petrolifera, e chiese il permesso di esplorare il sottosuolo.
Il progetto di pozzo per esplorare il sottosuolo è simile ai normali pozzi per l'acqua potabile o alle migliaia di pozzi italiani di metano. L'area occupata dal cantiere sarebbe stata di circa un ettaro e al centro ci sarebbe stato il "trapano".

Però il giacimento si trova a poche centinaia di metri dall'ultimo residuo di palude scampato al prosciugamento fascista, il pregiatissimo stagno di S'Ena Arrubia, protetto dalle leggi. Entusiasti per la decisione dell'assessoradu de s'ambiente i comitati contrari alle trivellazioni. Sui "social" sono comparse centinaia di espressioni di vittoria contro quella che, scrivono alcuni, sarebbe stata una devastazione ambientale.

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