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Questo articolo è stato pubblicato il 27 novembre 2014 alle ore 06:38.

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Il nuovo modello di filiale, la razionalizzazione della rete, i nuovi poli territoriali, la banca digitale, l’evoluzione dell’operatività allo sportello. C’è tutto questo nel background che si porta dietro l’accordo siglato dal gruppo Ubi e dai sindacati l’altra notte, al termine di un negoziato dove il punto di partenza erano 1.578 esuberi. Alla fine le parti hanno convenuto di ridurre le eccedenze a 1.277, pari a un taglio del costo del lavoro di 95 milioni di euro annui. Cinquecento uscite saranno realizzate attraverso pensionamenti e prepensionamenti, utilizzando il fondo di solidarietà e il criterio della volontarietà. Gli esodi volontari e incentivati inizieranno da febbraio e chi opterà per la via del prepensionamento, percepirà una retribuzione pari all’85% dell’attuale stipendio. Le restanti 777 uscite invece saranno gestite attraverso forme di sospensione dell’orario lavoro, anche queste volontarie, e ricollocazione nel gruppo. In particolare, i dipendenti potranno beneficiare di assenze e congedi retribuiti al 40%, coperti dall’azienda. Verrà, poi, incentivato l’accoglimento delle domande di trasformazione del rapporto di lavoro da full time a part time per i prossimi quattro anni e, nell’ottica di una migliore conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, si favorirà lo sviluppo dello smart working.

Mario Giuseppe Napoli, responsabile delle risorse umane del gruppo Ubi si dice «soddisfatto. L’accordo conferma il fatto che le problematiche a livello di settore ci sono e quindi è necessario fronteggiare una situazione difficile sul piano della sostenibilità e del costo del lavoro. Le leve a disposizione per individuare soluzioni che facciano convergere posizioni distanti sulla tematica del costo del lavoro, a livello di gruppo, le abbiamo trovate. Si trattava di gestire eccedenze per 1.277 persone di cui una parte uscirà con i pensionamenti, circa un quinto, una parte con i prepensionamenti, accedendo al fondo di solidarietà. Infine una parte saranno riqualificate e riallocate all’interno delle singole realtà del gruppo per stimolare la spinta commerciale e tutto il settore della banca digitale».

Le uscite saranno in parte compensate da nuove entrate. Nel biennio 2015-2016 verranno stabilizzati 130 precari e saranno assunte 150 persone con contratti che non necessariamente saranno a tempo indeterminato. Per le assunzioni a tempo indeterminato il gruppo farà ricorso al Fondo per l’occupazione. Non ci saranno, invece, interventi sulla contrattazione di secondo livello almeno fino al 31 dicembre 2015. Il tema, molto discusso al tavolo per il rinnovo del contratto collettivo nazionale, dove Abi sta immaginando di chiudere un contratto che faccia da cornice leggera per poi redistribuire a livello aziendale le risorse, nel gruppo Ubi, per esempio, non verrà discusso almeno fino alla fine del prossimo anno. «Nonostante il clima di incertezza, determinato dalla rottura delle trattative sul contratto nazionale a causa della posizione intransigente di Abi, siamo comunque riusciti a chiudere un accordo che tutela tutti i lavoratori del gruppo», commenta Paolo Citterio, coordinatore Fabi di Ubi. «Abbiamo così ottenuto nuove assunzioni di giovani e stabilizzazioni di precari e la salvaguardare della volontarietà delle uscite - continua Citterio -. Questo accordo è, inoltre, innovativo poiché favorisce lo sviluppo di forme di flessibilità dell’orario di lavoro, che intercettano le esigenze personali e familiari dei lavoratori».

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