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Questo articolo è stato pubblicato il 13 dicembre 2014 alle ore 08:13.

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Scatta da oggi la rivoluzione nelle etichette dei prodotti alimentari della Ue. Un’operazione trasparenza voluta da Bruxelles ben tre anni fa ma che oggi alimentano polemiche e accuse: si parla di appesantimenti burocratici eccessivi, dubbi interpretativi e danni al made in Italy con la volontarietà nell’indicare il sito di produzione.

In estrema sintesi, le novità introdotte dal Regolamento Cee 1169/2011, impongono: etichette più leggibili con scritte più grandi e più chiare; indicazioni sugli allergeni alimentari e sui tipi di grassi (tolleranza zero per generici “olio vegetale” o “grasso vegetale”); informazioni sulla provenienza delle carni suine, avicole, ovine e caprine, sul paese d’origine delle materie prime utilizzate e, per le congelate, la data di congelamento. Per i pesci si dovrà indicare il luogo di pesca.

Per il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina «nel nuovo regolamento ci sono delle novità che vanno nella direzione giusta». Ma il ministro va oltre le norme europee, in particolare sull’origine delle materie prime, e ha avviato una consultazione pubblica che «useremo - dice Martina - per proporre a Bruxelles nostre norme nazionali che rafforzino ancora la tutela del consumatore». Sui temi caldi ieri sera ha preso posizione Federalimentare. «Offrire al consumatore etichette più chiare e trasparenti è una priorità dell’industria alimentare italiana - ha detto il neo presidente Luigi Scordamaglia -. Peraltro, abbiamo già anticipato da tempo molti degli obblighi previsti dalla nuova normativa. Ma la discussione sull’origine non va fatta a livello nazionale, ma a Bruxelles. Per resistere ai nostri competitor, vogliamo poter operare in un contesto regolamentare chiaro e uguale per tutti. Ulteriori fughe in avanti rispetto all’Europa avrebbero solo l’effetto di penalizzare le imprese alimentari operanti in Italia». Per Scordamaglia «il Paese e il settore non si governano con consultazioni popolari e non sempre rappresentative, ma con scelte responsabili, pragmatiche e, soprattutto, con regole valide ed applicabili ai produttori che operano sia al di qua che al di là delle Alpi».

Le norme Ue prevedono anche la tanto discussa volontarietà nell’indicazione del sito di produzione di un prodotto alimentare. Fino a ieri obbligatoria per la legge italiana ma non da oggi per la Ue. Un danno per il made in Italy? Si doveva fare qualcosa in questi tre anni di transizione? Per alcuni si tratta di un danno enorme per il made in Italy: si lascia libertà di produrre in qualsiasi parte del mondo. Su questo fronte si schierano Asdomar, Sterilgarda, Caffè Vergnano, Pedon, Amica Chips insieme a Unes, Conad, Coop, Selex, Simply. E ieri alla Camera il Movimento 5 stelle ha presentato un’interpellanza urgente e una proposta di legge a sostegno del mantenimento dell’obbligo del sito di produzione in etichetta.

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