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Un patto tra gdo e produttori contro l'Italian sounding food

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AGROALIMENTARE

Un patto tra gdo e produttori contro l'Italian sounding food

Le piccole e medie imprese produttrici del settore agroalimentare per crescere hanno bisogno della grande distribuzione e devono internazionalizzarsi. Dove e come? Puntando soprattutto a combattere l'Italian sounding food che produce ogni anno un fatturato di circa 54 miliardi di euro. Un programma, ma anche un invito che il gruppo Végé ha voluto rivolgere alle numerose piccole e medie realtà della produzione agroalimentare italiana per lavorare in filiera e contribuire alla crescita del made in Italy di settore nel mondo.

Il primo gruppo della grande distribuzione associata d'Italia - con oltre 1700 insegne sul territorio italiano, e una presenza interessante nel sud d'Italia (sei aziende in Campania Colonial Sud, Diveal, Gambardella, Gargiulo & Maiello, Caramico Gaetano & C e Moderna) - ha promosso una due giorni di analisi e confronti intitolata “Italy Food World”, patrocinata dal ministero delle Politiche Agricole, che ha anticipato alcuni dei temi di EXPO 2015. In altre parole, un confronto tra le aziende del settore alimentare e i loro interlocutori politici e commerciali nei mercati chiave di Russia, Usa e Emirati Arabi Uniti. Hanno partecipato circa 400 imprese italiane, con una significativa rappresentanza di quelle meridionali, e 15 delegati internazionali. Nel corso del 2015 un altro appuntamento sarà dedicato all'interscambio con la Cina.

«L'Italian sounding food - ha detto l'ad di Végé, Giorgio Santambrogio - è una forma eclatante di concorrenza sleale, capace di produrre 147 milioni di euro ogni giorno. È giunto il momento di contrastare il fenomeno. Questo è un interesse comune di grandi gruppi e piccole imprese. E deve essere una battaglia comune».
«Fuori dal mercato europeo non valgono le norme sulla usurpazione del marchio - ha puntualizzato Paolo De Castro oggi rappresentante italiano nella Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo - quindi quello che definiamo Italian sounding in realtà è attività legittima. Possiamo difenderci solo con gli accordi bilaterali. Su questo terreno c'è molto da fare. Abbiamo chiuso l'accordo con il Canada e lavoriamo al Ttip con gli Usa». Quanto alle azienda - per De Castro - devono organizzarsi meglio per superare lo svantaggio di una eccessiva polverizzazione del tessuto. Sul modello dei produttori di mele del Trentino.

Il sistema Paese, in altre parole, deve affinare i propri strumenti per incrementare le esportazioni. «Oggi - spiega Mauro Rosati del ministero delle Politiche Agricole - se ne occupano 13 istituzioni e lo Stato spende 450 milioni l'anno per fare promozione senza contare eventi speciali. Si spende molto, non bene. C'è bisogno di una razionalizzazione. Ora abbiamo un piano triennale che presenteremo nei prossimi giorni. L'obiettivo è nel 2020 raggiungere i 50 miliardi di export. Per riuscirci è necessaria una intensa collaborazione tra pubblico e privato». Rosati fa riferimento alla creazione di un marchio unico per i prodotti italiani e invoca investimenti nell'e-commerce.
Ma su quali mercati puntare? «Il settore agroalimentare è quello che più soffre delle restrizioni del mercato russo - osserva Leonora Barbiani, segretario generale della Camera di commercio Italo Russa - dopo sanzioni, controsanzioni e anche in seguito al crollo del rublo. Ma attenzione, è un mercato che non va abbandonato: la federazione russa cerca di approvvigionarsi da altri fornitori che potrebbero sostituire per sempre quelli italiani».

Sul fronte americano, invece, le esportazioni agroalimentari dall'Europa nel 2013 sono cresciute del 6%. Secondo Fulvio Calcinardi, della Camera di commercio italo americana Midwest, «Una crescita in una fase di crisi e con cambio sfavorevole lascia intravedere quali potenzialità esprima ancora il mercato americano. Tuttavia, si tratta di un mercato da conoscere e monitorare, soprattutto per riuscire a interpretare i gusti e i desideri dei consumatori». Per Calcinardi sarebbe utile nei supermercati creare isole di prodotto italiano.
Grandi opportunità infine si possono cogliere guardando allo sviluppo innescato da Dubai. Antonello Martinez, avvocato milanese che è diventato rappresentante in Europa del Dipartimento di Sviluppo del governo di Dubai, descrive un Paese in cui «gli italiani sono apprezzati e bene accolti. Un paese in cui ci sono grandi possibilità di esportare e soprattutto di localizzare imprese, grazie anche a una fiscalizzazione molto bassa».

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